Pro sa die de sa Sardigna e il suo “risorgimento”di Angelino Tedde

Non amo molto le feste, eccetto quelle familiari, in occasione del Natale, della Pasqua e di altre occasioni importanti quando figli nipoti e cognati e amici fanno festa a casa. Questo stile ha ereditato mia moglie dai suoi e noi continuiamo a seguirne l’esempio. In paese il salone può contenere fino a 25 persone agevolmente.

Sulle feste nazionali patriottiche o regionali non esiste una tradizione familiare. Con la permanenza in paese abbiamo imparato a partecipare alle celebrazioni nazionali , specie quella del 4 novembre. Non mi risulta che si faccia una particolare festa Pro sa die de sa Sardigna e la rievocazione della Sarda Rivoluzione del 1794 quando i Piemontesi furono cacciati da Cagliari dove c’era la sede del potere viceregio.  Si dovrebbe chiamare a dire il vero insurrezione perché purtroppo fu presto spenta e i capi pagarono con la detenzione o con la morte oppure con l’esilio. Ma lo storico Federico Francioni ha voluto dare, insieme ad altri studiosi, questo nome a quei fatti. Nelle zone in cui si tramanda la memoria come a Bono alla ricorrenza viene dato rilievo e da 25 anni anche la Regione non dimentica di ricordare solennemente sia in campo religioso che civile la ricorrenza come del resto avviene quest’anno a Cagliari e come le cronache riportano.

Che senso potrebbe avere, in stato di autonomia, questa ricorrenza per i sardi? A mio avviso a promuovere la rinascita dell’Isola sia sul piano culturale sia sul piano economico e sociale, evitando da una parte la colonizzazione dei gruppi finanziari, dell’imprenditoria solo continentale, ma sopratutto impedire che i nostri giovani, ormai ridotti al lumicino, siano costretti a trovare lavoro in Inghilterra, in Germania e in Spagna e in altre parti del mondo dove certamente si fanno onore, ma lasciando la propria terra. Noi realizzeremo una vera autonomia quando in tutte le scuole si studierà oltre la lingua nazionale anche la lingua, la storia e la cultura sarda. Quando la classe dirigente capirà che il destino dei sardi dev’essere prioritario in tutte le iniziative regionali e non dobbiamo svenderci al primo offerente che viene da oltremare. Certamente non dobbiamo chiuderci a riccio, ma quando per le solite alleanze poco trasparenti le nostre università vengono occupate in prevalenza da insegnanti del Continente, che sono sempre i benvenuti, e i nostri intellettuali vengono messi da parte per le solite beghe locali, allora siamo davvero dei poveracci senza redenzione. Si pensi soltanto che una delle nostre banche storiche è in mano ai modenesi, che la maggior parte delle grandi infrastrutture vengono affidate a ditte che vengono da fuori, che i nostri risparmi più che investirli in Sardegna vengono investiti oltremare, che i posti più alti della pubblica amministrazione vengono dati a gente forestiera, sinceramente allora non ha senso festeggiare folcloristicamente sa die de sa Sardigna. Per ora la più cospicua dote dei sardi sembra il litigio continuo e non l’unione. Isola cantonale più che unitaria, divisioni secolari rendono estranee zone storico-culturali tra loro. Questo non è battersi per l’unità degl’isolani. Non è cambiando l’inno sardo nazionale oppure celebrando feste che si cementa l’unione sincera dei sardi e la rinascita dell’Isola. I nostri figli qualificati o non qualificati partono e se ne vanno in Penisola o all’estero. Perdiamo così le migliori risorse umane andando verso l’impoverimento. Capisco che oggi le multinazionali imperversano ovunque, ma noi dobbiamo contrastarle quando lavorano unicamente per i loro esagerati profitti. Credo che dobbiamo prendere coscienza dei nostri problemi e cercare di risolverli con determinazione se no, secondo quanto ripete costantemente Papa Francesco, restiamo periferia da scarto e chi viene da fuori o si mette al servizio dei potenti estranei alla nostra cultura non promuove certamente il risorgiemnto della Sardegna.

Evviva sa die de sa Sardigna se serve a far risorgere la Sardegna.

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