Categoria : cultura

La formazione del clero: i seminari sardi e il seminario turritano di Annarita Deroma


INTRODUZIONE

L’istituzione dei Seminari rappresenta uno dei frutti più significativi del Concilio di Trento (1545 / 1563).

Il Concilio aveva suggerito la fondazione dei Seminari, ma non aveva imposto a tutti i futuri preti di farvi i propri studi, per cui la maggior parte di questi continuò ad arrivare al Sacerdozio attraverso le diverse vie previste prima del Concilio.

Bisognava arrivare al papato di Pio X, nei primi anni del Novecento, perché il Seminario diventasse veramente il luogo unico per la formazione del futuro clero1.

Due sono gli elementi che hanno segnato il cammino dei Seminari fino alla metà del secolo XX:

a)l’applicazione del Concilio di Trento da parte di Carlo Borromeo;

 b) la spiritualità della scuola francese del secolo XVII.

 Il regolamento di Carlo Borromeo, base di quasi tutti i successivi regolamenti dei Seminari italiani, rimase in vigore fino agli anni cinquanta, alla vigilia del Concilio Vaticano II. I testi della scuola francese diventarono la base più significativa su cui fondare la spiritualità sacerdotale anche per i seminaristi italiani.

Attualmente viviamo in un periodo di trasformazione di tensione tra chi intende rimanere ancorato al dettato tridentino, e chi invece in vista di un radicale rinnovamento della formazione del clero richiesto dalla società contemporanea, fa riferimento al Concilio Vaticano II.

La formazione del clero non può essere disgiunta dal ruolo del prete e del suo modo di inserirsi nella società contemporanea. Il prete E frutto della formazione ricevuta, ma E anche vero che dovrebbero essere le nuove esigenze sociali a indicare ai responsabili della formazione sacerdotale le relative modifiche e rinnovamenti dei loro metodi e sistemi.

Negli anni post – conciliari si ebbe un aumento della crisi del prete unita ad una parallela e drammatica crisi della vocazione: molte diocesi chiusero i loro seminari, alcuni proprio nel momento in cui venivano inaugurati, in quanto negli anni cinquanta si erano costruiti ampi edifici per dare risposta ad un momentaneo aumento delle vocazioni3.

Tutto questo chiaramente portava a ripensare a nuovi progetti e programmi e oggi ci costringe a soffermarci sulla figura e ruolo del prete in funzione del quale bisogna programmare la formazione seminaristica.

1.1 LA FORMAZIONE DEL CLERO NELL’EPOCA PRETRIDENTINA

 Un prototipo di Seminario fu creato intorno al 420 da S. Agostino, vescovo di Ippona, che trasformò la sua casa in un autentico presbiterio abitato da chierici e presbiteri che conducevano vita in comune[1].

Si formarono sucessivamente le scuole parrocchiali, periodicamente papi e concili diedero indicazioni disciplinari relative alla vita dei chierici.

Nei due concili che si svolsero a Toledo nel 527 e nel 633 si affrontarono temi relativi alla formazione del clero, con termini che sarebbero stati ripresi nel decreto tridentino[2].

Successivi Concili chiesero líistituzione di scuole per chierici e posero anche il problema del responsabile della formazione culturale. I papi Alessandro III nel Concilio Ecumenico Lateranense III del 1179 e Innocenzo II nel Concilio Ecumenico Lateranense IV del 1215 decretarono per tutta la Chiesa la fondazione delle scuole Cattedrali, a carico dei rispettivi capitoli, stabilendo come principio generale che nelle sedi metropolitane venisse istituito il Corso di teologia, invece nelle sedi suffraganee il corso di umanità[3].

Con il secolo XII cominciarono a sorgere le prime Università[4] dove celebri maestri insegnavano filosofia, diritto civile e canonico, e teologia.

Le Università fecero nascere i collegi che ospitavano alunni che non abitavano in città, consentendo loro, quindi, di proseguire gli studi.

La fondazione dei collegi universitari diventò un’altra tappa verso l’istituzione dei seminari.

La maggior diffusione dei collegi si ebbe in Spagna, mentre il collegio di Montaigu a Parigi, diventÒ un esemplare significativo per le regole di vita seguite dagli alunni, regole basate su una solida formazione  spirituale e sullíimportanza della vita interiore[5].

Diversi collegi furono successivamente affidati alla direzione dei Gesuiti[6].

Negli stessi anni del Concilio di Trento, furono fondati a Roma il Collegio Capranica (1457) e da Sant’Ignazio di Loyola[7] il Collegio Germanico Ungarico o Collegio Romano (1551), i cui buoni esiti prepararono la strada ai futuri seminari tridentini.

1.2 IL CONCILIO DI TRENTO E L’ISTITUZIONE DEI SEMINARI.

Le voci che chiedevano un concilio generale, un risanamento e rinnovamento della Chiesa e del clero erano molteplici.

Il cardinale Reginaldo Pole, membro e responsabile della Commissione preparatoria del Concilio, nel 1555, aveva convocato un Sinodo nazionale, detto anche Concilio di Londra, che emanava una serie di decreti per la riforma della Chiesa[8] .

Il Pole con il decreto XI della sua <<Preformatio Angliae>>[9] (1556) ordinava che ogni chiesa cattedrale avesse la sua scuola per i giovani chierici, preferibilmente poveri, anticipando in tal modo quanto avrebbero successivamente deciso i padri tridentini.

Il Concilio di Trento venne ufficialmente aperto il 13 dicembre 154513. La sua storia è molto tormentata, e rispecchia in un certo senso la storia dell’Europa di quel periodo: conflitti, accordi, alleanze si stabilivano sui campi di battaglia ma anche nelle aule conciliari. Dopo varie interruzioni e attraverso tre fasi ben distinte (I° fase 1545 – 47 sotto Paolo III; II° fase 1551 – 52 sotto Giulio III; III° fase 1561 – 63 sotto Pio IV)[10].

Si arrivò al 15 luglio 1563, quando i padri conciliari dedicarono la loro specifica attenzione ai problemi riguardanti il sacerdozio ministeriale, concentrando i loro sforzi sulla formazione dei futuri preti.

Il Canone 18 Cum adolescentium aetas del Decretum de reformazione della XXIII sessione[11], che prevedeva appunto l’istituzione dei Seminari veniva approvato all’unanimità proprio quel 15 luglio 1563. Pio IV lo confermò con la Bolla “Benedictus Deus et Pater” il 26. 01. 1564.

Il testo recita così:

“…il Santo Concilio stabilisce che tutte le Chiese Cattedrali metropolitane e maggiori di queste, a seconda dei mezzi e dellíampiezza delle diocesi, siano tenute a nutrire, educare religiosamente e istruire nelle discipline ecclesiastiche un certo numero di fanciulli della stessa città o diocesi o, se non sono molto numerosi, della provincia in un Collegio che il vescovo sceglierà a questo scopo presso le stesse chiese”.

In questo collegio siano ricevuti ragazzi che abbiano almeno dodici anni che siano nati da legittimo matrimonio, che sappiano sufficientemente leggere e scrivere.(..)

Il Santo Concilio vuole che siano scelti soprattutto i figli dei poveri…[12].

Il Decreto precisava inoltre il modo in cui i Seminari avrebbero potuto reperire i mezzi per la propria sopravvivenza tramite una tassazione obbligatoria su numerosi benefici.

Fu dunque il Decreto Tridentino a dare l’avvio al proliferare dei Seminari[13]. Nello stesso anno della sua promulgazione, 1563, si ebbe líapertura dei seminari di Bassano e di Gaeta. L’anno successivo fu la volta del seminario di Milano, Caiazzo, Camerino, Iesi, Larini, Osimo e Lingoli, Parma, Pavia, Rieti, Salerno, Treviso. Grande sviluppo ci fu anche nei quattro anni successivi: nel 1565 furono fondati infatti i Seminari di Aosta, Cremona, Gerace – Locri, Miero, Lucano, Squillace, Tortona, Vigevano, Roma; nel 1566 quello di Alba, Alessandria, Aversa, Casale Monferrato, Marsi, Novara, Orvieto, SantíAgata dei Goti, Torino, Vercelli; nel 1567 quello di l’Aquila, Avellino, Benevento, Bergamo, Bologna, Capua, Imola, Verona, ecc…; nel 1568 quello di Ascoli Piceno, Brescia, Chieti, ecc….[14].

Altri seminari nacquero negli anni seguenti, tra cui quelli della Sardegna ai quali si dedicherà un altro spazio.

 1.3 IL REGOLAMENTO DI SAN CARLO BORROMEO. (MODELLO CAROLINO)

Si è già detto che un elemento che accompagnò il cammino dei Seminari fino al secolo XX fu il regolamento steso da San Carlo Borromeo (Arona 1538 – Milano 1584) nipote del papa Pio IV.

Nel Regolamento Carolino la pietà, lo studio, la disciplina[15] costituivano i tre grandi cardini della formazione.

Nel momento dell’accesso in Seminario, i giovani, dovevano effettuare una serie di esercizi spirituali che li avrebbero resi più consapevoli della propria vocazione; a questi seguivano pratiche di pietà. La maggior parte del tempo veniva dedicata allo studio, dai primi rudimenti della grammatica sino alle materie specificamente ecclesiastiche[16].

Il Borromeo non sembrava disponibile ad ordinare sacerdoti se non in vista di una funzione da svolgere a favore del popolo. Infatti, riteneva che, chi non conosceva la dottrina cristiana indispensabile i casi di coscienza, la sacra scrittura e la retorica ecclesiastica, con lo studio della filosofia e di un biennio di teologia, doveva essere allontanato dal Seminario[17].

Nel suo regolamento il Borromeo indicava altresì, le funzioni delle persone preposte alla vita del Seminario.

Il rettore, il vice – rettore, che poteva fungere anche da economo, il confessore, il prefetto degli studi e i professori costituivano il personale direttivo[18].

I chierici venivano divisi in camerate per ognuna delle quali venivano scelti fra gli stessi chierici due prefetti che potessero essere di esempio agli altri.

Il personale direttivo e ausiliario doveva far in modo che in Seminario si instaurasse quel clima necessario a far conseguire ai chierici tutte le qualità richieste ad un sacerdote, in particolar modo líonestà e la scienza.

Nel Seminario la vita dei chierici, i loro studi, la loro formazione spirituale erano regolati da una disciplina che non lasciava spazio a nessuna iniziativa personale: si formavano persone con uníidea di separazione dal mondo, luogo di pericolo e di tentazioni[19].

Ma, nonostante l’enunciazione del principio della necessità dei Seminari per far fronte ad una buona formazione del clero, di fatto si continuava a seguire il precedente sistema. Si praticava in tal modo una dualità di itinerari formativi, uno rigido, sorvegliato, e l’altro lasciato alla buona volontà del singolo. In effetti tante erano le difficoltà che ostacolavano l’erezione dei Seminari: i vescovi spesso, non avevano collaboratori validi, in molte diocesi mancavano gli insegnanti, in altre i mezzi materiali erano insufficienti o addirittura inesistenti[20].

Per dare risposta alla formazione del clero, conseguentemente fiorirono varie congregazioni religiose o gruppi di sacerdoti che seguivano gli esercizi spirituali attuati in Francia[21]. Questi, costituivano una forma di preparazione al sacerdozio, e diedero vita a quella che e stata abitualmente definita “scuola francese”[22].

1.4 UNA SPIRITUALITÁ PER IL CLERO DIOCESANO: LA SCUOLA FRANCESE.

In Francia nei primi anni del XVII secolo Pierre de Berulle fondò l’Oratorio, per aiutare i sacerdoti nella ricerca di santificazione personale.

Nello stesso periodo (1613) il predicatore Adrien Bourdoise sviluppò una forma di seminario – parrocchia con lo scopo di formare pastori di anime che crescessero in parrocchia a contatto con la problematica pastorale[23]. Questo metodo, aveva comunque tanti limiti, infatti implicava líesistenza di numerose comunità parrocchiali in grado di fornire ai giovani ospitalità e una scuola di formazione spirituale e intellettuale.

Furono soprattutto Vincenzo dé Paoli, Jean Jacques Olier e Jean Eudes a raccogliere líeredità di Berulle e Bourdoise.

Vincenzo dé Paoli riteneva che gli ordinandi avessero bisogno di un periodo di intensa preparazione, vivendo insieme un breve periodo di esercizi spirituali.

Questa preparazione fu resa obbligatoria per tutti i chierici dall’Arcivescovo di Parigi e fu successivamente imitata da altri vescovi.

L’interesse di Vincenzo dé Paoli verso il clero ebbe anche altri frutti. In Francia nonostante fosse trascorso quasi un secolo dal Concilio di Trento vi erano pochissimi Seminari per cui, chi voleva avviarsi al sacerdozio seguiva i vecchi sistemi: formazione nelle università, brevi periodi di convivenza con qualche prete, conoscenza di qualche rudimento di lingua latina; in seguito líordinazione sacerdotale sarebbe stata conferita da qualche vescovo[24].

In effetti, applicando alla lettera il decreto tridentino si correva il rischio di far entrare in Seminario ragazzi, la cui percentuale di perseveranza era bassissima. Era dunque necessario pensare ad un altro Seminario che accogliesse giovani e adulti affinché si preparassero allo stato sacerdotale nel giro di uno o due anni.

Era la premessa per la formazione del Seminario minore nel quale si sarebbe studiato soprattutto umanità e filosofia e del Seminario Maggiore per la preparazione diretta allíordine sacerdotale[25].

Erano anche le basi dei futuri Seminari francesi anche se non si trattava di un vero seminario tridentino in quanto non emanato dalla diocesi, ma, piuttosto seminario nazionale.

Il regolamento nel suo insieme riprendeva molti elementi carolini, soprattutto quello di Eudes, che fondò il suo primo Seminario a Cäën (nel 164330.

Jacques Olier, discepolo di Vincenzo dé Paoli seguì altre strade, pose le basi del “nuovo prete”, di una spiritualità che si sarebbe diffusa in tutta la Francia, condizionando però molti altri paesi.

Scegliere il servizio sacerdotale significava:

a) scegliere un servizio da rendere agli altri, non una soluzione ai propri problemi esistenziali;

b) conquistare le anime e non ricerca di una sistemazione;

c) scegliere preferibilmente il servizio pastorale e parrocchiale e non onori;

d) diventare pastori e non dottori e acquisire lo spirito ecclesiastico attraverso un processo di identificazione con il Cristo;

e) allontanarsi dal mondo e amare questo distacco e isolamento;

f) allontanarsi da altre tentazioni, quali le rappresentazioni artistiche, la musica, la lettura e soprattutto dalla donna.

Si mirava, in sostanza, allíinteriorizzazione di un universo protetto da parte del seminarista, affinchÈ un giorno potesse salvare quel mondo da cui doveva fuggire.

Nel sistema carolino vi era una netta distinzione tra il rettore responsabile dellíandamento del Seminario e il Direttore spirituale, responsabile della formazione spirituale dei seminaristi, che non aveva alcun ruolo nella gestione del seminario.

Nel seminario sulpiziano invece, il regolamento era più elastico, i seminaristi vivevano continuamente a contatto con i loro superiori e direttori. I direttori spirituali costituivano una vera comunità di vita con i giovani, partecipavano agli stessi esercizi di preghiera, studio, ricreazione[26].

1.5 I SEMINARI DAL SECOLO XVIII ALLA PRIMA METÁ DEL SECOLO XIX

I responsabili della formazione del clero, in Italia, in Francia, in Spagna si richiamarono al modello carolino e sulpiziano. In Germania si continuò con la diffusione del seminario – università, i seminari erano quasi sempre collegi residenziali, raramente si predisposero seminari come istituzioni globali[27].

Le norme previste dal Concilio di Trento furono trasformate e rinnovate, anche i programmi vennero costantemente modificati. Le lamentele dei vescovi sui disordini e sulla ribellione di molti preti in questo periodo furono molto frequenti, inoltre erano evidenti le difficoltà di mantenere il Seminario in maniera dignitosa e di fornirlo di insegnanti qualificati.

In questo contesto si diffusero vari scritti spirituali, ci si chiedeva quali fossero le qualità necessarie per il sacerdozio, che cosa fosse la vocazione.

Esplicite le risposte: la vocazione proveniva da Dio, il vescovo doveva solo verificare nei candidati la presenza dei requisiti canonici essenziali e, il seminario era il luogo ideale per aiutare i giovani in questa scoperta vocazionale. Sorgeva, però un altro problema, ci si chiedeva perché fosse permesso il chiericato esterno e, la presenza continua, in seminario, di alunni che non intendevano avviarsi al sacerdozio, col rischio, quindi, di distogliere gli altri dalla giusta via vocazionale.

Tutti gli interventi delle autorità ecclesiastiche mirarono a migliorare la formazione spirituale e culturale, comunque spesso anche le migliori intenzioni furono vanificate dal problema economico, dalla scarsità dei mezzi e dalla difficoltà di mantenere in maniera dignitosa un seminario diocesano.

Proprio questa disastrosa situazione economica, portò Sant’Alfonso Maria dé Liguori, uno degli autori spirituali più letti nel secolo XVIII, a scrivere ai vescovi che “se per i seminari non vi sono le rendite sufficienti (…), e meglio che i seminari non vi siano”[28].

Successivamente scrisse un “regolamento per i seminari” con il quale forse voleva aiutare vescovi e rettori ad ostacolare gli scandali, con una disciplina e sorveglianza rigidissime.

Questo regolamento sostanzialmente non presentava novità rilevanti, si insisteva su una buona formazione culturale che partiva dalla grammatica per arrivare alla filosofia e alla teologia morale. Il regolamento alfonsiano in effetti sembra avere un taglio negativo in quanto ricorda ai vescovi che e molto meglio non avere o chiudere i seminari, piuttosto che averli organizzati in malo modo.

Nel 1700 i programmi di studio, in tutte le regioni italiane presentavano profonde affinità: umanità e retorica, filosofia, teologia spesso ridotta alla morale, qualche nozione liturgica; la lingua greca oltre che latina, la storia ecclesiastica, il diritto canonico e civile entrarono gradualmente nei piani di studio.

L’atteggiamento di fronte allo studio fu comunque equivoco, erano molto numerose le lamentele per le situazioni miserande, vi era anche una certa diffidenza verso chi esagerava in questo ambito, la scienza poteva secondo alcuni rendere superbi.

Esisteva, poi una profonda diversificazione oltre che sui modi di accesso al sacerdozio anche sul tempo di permanenza in seminario: si andava da pochi mesi ai tre anni, dal breve periodo per gli esercizi spirituali alle lunghe permanenze[29].

La facilità di accesso al sacerdozio, unita alla convinzione che tale scelta permettesse una sistemazione sociale onorevole provocò d’altra parte un’eccessiva presenza di preti che in alcuni casi arrivarono anche ad essere due o tre per famiglia[30].

Una risposta a tale problema la diede in un certo qual modo il Sinodo di Pistoia del 1786 nato dalla collaborazione tra autorità civile e ecclesiastica. Nei relativi decreti veniva specificata la ragione per cui si accedeva al sacerdozio e cioE per la necessità e líutilità della Chiesa, e la santificazione dei fedeli attraverso líamministrazione dei sacramenti[31].

Il vescovo suggeriva di concedere líabito ecclesiastico solo a quanti vivevano in seminario al sevizio della Chiesa e dopo il compimento del 18∞ anno di età; consigliava inoltre di assegnare ai laici una serie di incarichi prima attribuiti al clero, che veniva in tal modo distratto dai suoi compiti.

Le norme emanate dal Sinodo concernevano l’obbligo di residenza in seminario per la formazione, il completamento di questa in una istituzione diocesana per giovani preti, cassa comune e ridistribuzione dei redditi.

L’intervento del potere civile sui problemi della formazione del clero continuò e, in molti casi diventò determinante.

Nella seconda metà del settecento a Vienna furono emanate leggi tendenti a bloccare líaumento del clero e ad impedire che fossero ordinati sacerdoti le persone con scarsa formazione culturale[32].

A tale scopo veniva istituito a Pavia, per la Lombardia austriaca, intorno al 1787, un Seminario generale nel quale venivano accolti seminaristi teologi di varie diocesi con la proibizione di ordinare sacerdote chi non vi avesse compiuto gli studi[33].

Il Seminario generale, nonostante la sua breve durata fu infatti chiuso nel 1791 a causa della difficile congiuntura politica, ribadì quanto gli eventi politici potessero incidere sulla vita della Chiesa.

Furono ancora le vicende politiche a provocare una gravissima crisi per i seminari, molti furono chiusi o adibiti esclusivamente ad usi militari, proprio nel momento in cui stavano diventando luogo di formazione della maggior parte del clero, come ad esempio in Lombardia.

Tutto questo non si verificò in molte zone del Centro e del Sud dove esistevano molte diocesi sprovviste di seminario.

La mancanza di seminari non impedÏ comunque una sovrabbondanza di clero, il che chiaramente dipendeva dal fatto che molti senza passare in seminario continuavano ad essere ordinati sacerdoti. I giovani del resto, spesso non erano attirati in seminario perché questi venivano presentati come reclusori di poveri piuttosto che istituti di cultura e pietà[34]. Ma come osserva il Gambasin, questo dipendeva anche dalla presenza nelle scuole dei Gesuiti, che fino alla soppressione ebbero il monopolio quasi totale dei gradi accademici in teologia, attirandovi líalto clero destinato a buone carriere, dal momento che nessun seminario vescovile era facoltà teologica.

La rivoluzione francese lasciò strascichi ovunque, fra le conseguenze peggiori la mancanza di professori preparati a causa del vuoto del periodo rivoluzionario.

Vennero recuperati i vecchi professori, poco aggiornati, costretti a insegnare materie in cui erano scarsamente istruiti, sistema che si sarebbe ritrovato anche nei seminari italiani, in periodi più recenti.

Lentamente la vita tornò alla normalità, la formazione continuò ad essere soprattutto umanistica con scarsa attenzione per la filosofia e la teologia[35].

Un’eccezione fu rappresentata dal Lombardo Veneto dove i programmi di studio continuarono ad essere molto ricchi e dove la presenza del chiericato esterno diminuì.

La rivoluzione aveva provocato il crollo delle vocazioni e la soppressione di molti benefici, ma, allo stesso tempo aveva fatto allontanare dalla carriera ecclesiastica molti cadetti di famiglie nobili che non avevano alcuna vocazione.

A Napoli e nei paesi asburgici la situazione appariva buona; qualche modifica veniva introdotta negli studi dei seminari piemontesi che nel 1843 vennero equiparati ai programmi delle scuole governative, mentre per le scuole superiori venne introdotto lo studio della Scrittura, diritto, storia, liturgia, ebraico[36].

La Toscana progredì lentamente; a Padova dopo il 1848, l’Austria impose un nuovo ordinamento scolastico con líobbligo della lingua tedesca.

Un’accentuazione della formazione ecclesiastico – pastorale si ebbe con la riforma del 1859[37].

1.6 I SEMINARI DALLA PRIMA METÁ DELL’OTTOCENTO AI PRIMI ANNI DEL NOVECENTO

Di fronte alla nuova bufera rivoluzionaria, tutto il clero, compresi i chierici, non potevano certamente rimanere neutrali.

La notizia del papa prigioniero dopo líannessione di Roma (1870) provocò anche nei seminari passioni e reazioni nel momento in cui cresceva tra lo Stato e la Chiesa un rapporto di reciproca intransigenza.

Lo Stato inoltre tendeva ad intromettersi nella vita dei seminari, nominando visitatori e ispettori e decidendo della loro organizzazione.

Nel 1876 líItalia, proprio per facilitare le ispezioni nei seminari, era stata divisa in regioni.

Nello stesso periodo anche le organizzazioni cattoliche tentavano di fare il punto della situazione, con uníinchiesta che doveva coinvolgere tutti i seminari italiani. I dati emersi da tale inchiesta riguardavano líorganizzazione degli studi, i rapporti tra interni ed esterni, le difficoltà economiche, il lavoro dell’Opera per la redenzione dei chierici dalla leva militare[38].

Tra gli alunni dei seminari, oltre gli esterni, vi erano anche quelli che non intendevano avviarsi allo stato sacerdotale: questo spesso era per i giovani provenienti da famiglie non abienti dovuto al fatto che il seminario dopo le classi elementari era l’unica possibilità di proseguire gli studi. I vescovi, poi, in qualche caso stavano sopprimendo il chiericato esterno, obbligando così, tutti i chierici ad entrare in seminario; ma, vi erano anche seminari che facevano frequentare ai propri alunni le scuole pubbliche.

La formazione del clero diventò tema dominante negli scritti di molti autori ecclesiastci: a fianco di un Frassinetti molto letto a Nord vi erano gli scritti di Audisio ispirati al pensiero di Rosmini e dedicati alla formazione morale e scientifica del clero.

Gli scritti di Rosmini furono successivamente abbandonati, oltre che per la condanna per dei suoi scritti l’imposizione della dottrina di S. Tommaso[39].

Le ispezioni governative avevano portato, díaltra parte, nel 1873 allo scioglimento della facoltà di Teologia nelle università di Stato. Questo segnava l’inizio di una nuova epoca si lasciava alla gerarchia eclesiastica la formazione del clero[40].

Con la diffusione della filosofia tomistica gli orientamenti filosofici degli studi del clero, stavano subendo modifiche, mentre la dottrina rosminiana, tra le diverse correnti presenti in seminario, fu líultima a scomparire.

Rosmini riteneva che la formazione intellettuale dei chierici fosse affidata a uomini non preparati a tale scopo.

Nel 1881 anche il gesuita padre Curci, in La Nuova Italia e i vecchi zelanti, si era interessato agli studi del clero.

1) Di fronte alla constatazione della povertà di questo in ambito teologico, proponeva due soluzioni:

a) l’introduzione dei programmi governativi nel ginnasio e nel liceo;

b) la concentrazione in un unico istituto dei piccoli seminari, con la presenza di un corpo insegnante qualificato e selezionato.

Dopo lo scritto del Curci, nel 1882, questi stessi temi venivano più ampiamente affrontati da Enrico Fani, sacerdote fiorentino e professore di latino e greco in seminario.

Nel suo libro L’educazione del giovane clero nei seminari e i nuovi tempi, suggeriva ad esempio lo studio di due lingue straniere (francese obbligatorio e tedesco facoltativo), e un miglioramento degli studi e del metodo in teologia. In particolare, líautore propugnava, allíinterno del seminario, un nuovo clima di libertà, uníeducazione basata sulla fiducia e sulla stima tra superiori e alunni, la possibilità per i seminaristi, anche se questo poteva significare una loro retrocessione dal sacerdozio, di avere contatti con il mondo purchÈ la loro scelta fosse veramente fondata[41].

Lo scritto del Fani fu successivamente attaccato dalla “Civiltà Cattolica” e il 18 Maggio 1883 sarebbe anche stato condannato dall’Indice dei libri proibiti.

I temi suggeriti dal Fani sulla formazione del clero stavano comunque diffondendosi sempre più e avrebbero trovato terreno fertile durante il pontificato del futuro Leone XIII. Il Pontefice infatti considerava il suo clero inadeguato, e <<mediocre spiritualmente, impreparato culturalmente, privo di zelo apostolico e soprattutto sordo ad ogni esortazione a migliorare la propria condotta>>[42].

Con Leone XIII si ebbe una svolta nellíinsegnamento da impartire ai seminaristi, nellíenciclica “Aeterni Patris” del 4 agosto 1879 indicava anche le linee di un rinnovamento della filosofia tomistica[43]

La formazione seminaristica doveva dunque adattarsi ai tempi senza pregiudicarne i fini; i chierici dovevano essere educati allíobbedienza e allíabbandono dello spirito di orgoglio; in seminario dovevano essere accettati solo i giovani con <<fondate speranze di voler consacrarsi in perpetuo ministero ecclesiastico>>[44].

Leone XIII, inoltre insistette molto sul fatto che i seminaristi disponessero di una casa di villeggiatura (seminari estivi), limitando in tal modo il periodo di permanenza in famiglia, durante il quale potevano essere contaminati tutti i principi appresi in seminario.

Un altro papa che lasciò un forte segno sui regolamenti dei seminari fu Pio X. Egli durante il suo pontificato dal 1903 al 1914 modificò, aggiornandole ai tempi moderni tutte le regole caroline, insistendo sulla preparazione che doveva compiersi in seminario, e ribadendo inoltre che chi non era pronto a diventare sacerdote, <<doveva mutar propositi e tornare a casa>>.

Pio X capì che i seminari non dovevano formare uomini che avrebbero dovuto vivere fuori dal mondo; si rese conto della grande importanza della dimensione storica delle vicende umane che non era compresa nei programmi del seminario di quel periodo.

Eppure, nella sua enciclica “Pascendi”, del 1907, punto di rinnovamento della cultura del clero e dei seminari del nostro secolo, va contro il Modernismo che si stava diffondendo in quel periodo.

Egli, per evitare che questo movimento culturale potesse contaminare anche i seminari, invitava ad una particolare sorveglianza sia sugli alunni che sui professori, raccomandando inoltre una ferrea disciplina e uno spirito di obbedienza come presupposto di una valida e sana formazione.

Il seminario diventava il periodo dellíapprendistato, una vera e propria scuola professionale per il sacerdozio.

Nel 1908 furono emanate le “Norme per l’ordinamento educativo e disciplinare” che oltre a costituire un aggiornamento alle norme di S. Carlo costituirono anche il preludio del nuovo Codice di Diritto Canonico.

1.7 I SEMINARI DAL CODICE DEL 1917 AL VATICANO II

Il Codice di Diritto Canonico preparato da Pio X, fu promulgato dal suo successore Benedetto XV il 27 maggio 1917 diventando la legge universale della Chiesa d’occidente[45].

Il chiericato esterno veniva definitivamente abolito, concludendo in tal modo la battaglia iniziata da Pio X.

Veniva ripreso l’auspicio tridentino di accogliere in seminario i candidati fin dai teneri anni; durante i quattro anni di teologia diventava obbligatoria la permanenza in seminario anche per coloro che seguivano i corsi nelle Università ecclesiastiche o statali.

Veniva fissata l’età minima per chi voleva essere ammesso agli ordini maggiori: al termine del 3° anno di teologia, avendo compiuto i 21 anni si poteva accedere al Suddiaconato; per il Diaconato bisognava essere al 4° anno di teologia e aver compiuto i 22 anni; si poteva accedere al Presbiterato al compimento del 24° anno di età e non prima della metà del 4° anno di teologia.

Il Codice suggeriva come norma di base líacquisizione da parte dei chierici della cultura media dei paesi in cui avrebbero svolto il loro ministero[46]

Veniva anche ribadita la necessità di costituire nelle diocesi due seminari, il Minore per gli studi letterari ed il Maggiore per líinsegnamento della filosofia e della teologia[47]..

I seminari maggiori potevano essere qualche volta interdiocesani, e nella maggior parte dei casi regionali e dipendevano direttamente dalla Santa Sede.

I seminari diocesani venivano eretti e dipendevano dai vescovi che nominavano il personale dirigente e insegnante.

III SEMINARI IN SARDEGNA

2.1 LA FONDAZIONE DEI SEMINARI IN SARDEGNA

Il Concilio di Trento aveva deliberato líistituzione dei seminari, ma la loro diffusione si era rivelata piuttosto travagliata. Infatti líosservanza di molti decreti conciliari fu ostacolata a lungo sia dal potere regio, che dai capitoli delle Cattedrali, che vedevano limitati e, in alcuni casi aboliti gli antichi privilegi.

In Sardegna la storia non fu molto diversa di altri seminari della penisola: l’attuazione del provvedimento tridentino implicò soprattutto per le piccole diocesi diversi problemi di carattere organizzativo e finanziario.

Il primo seminario fu fondato a Cagliari dal vescovo Mons. Francesco Perez nel 1577. Per l’erezione del pio stabilimento vennero applicate alcune pensioni sui redditi dell’arcivescovado, altri benefici della diocesi e una quota delle eredità e benefici vacanti[48] .

Successivamente, nel 1586, per merito del vescovo Andrea Baccalar, fu fondato il Seminario di Alghero. Per la sua istituzione vennero tassate le principali prebende della diocesi e fu chiesto anche il contributo delle parrocchie. I suoi primi seminaristi furono soltanto nove, perché le risorse economiche non consentivano il sostentamento e la cura spirituale di un numero maggiore di alunni[49].

Nella diocesi di Sassari il seminario venne fondato nel 1593 per merito di Mons. Alfonso De Lorca (1576 – 1603).

A questa prima istituzione che accoglieva anche i ragazzi provenienti dalle diocesi di Ampurias e Bosa, che per la tenuità delle loro rendite non avrebbero potuto ottemperare alle direttive tridentine, venne data la denominazione di Turritano.

Il De Lorca, nonostante le grosse difficoltà economiche, seppe convogliare a favore di tale istituzione numerosi benefici rurali[50].

Il Seminario Turritano inizialmente ebbe solo quattro seminaristi, scelti tra i giovani della “sagrestia” di San Nicola, in seguito si aggiunsero un seminarista di Osilo e uno di Sorso.

Sassari ebbe anche un secondo seminario fondato agli inizi del 1600 da Mons. Canopolo, arcivescovo d’Oristano e vescovo di S. Giusta per la formazione del clero della sua diocesi sassarese[51]

L’arcivescovo oristanese, dunque, vista l’impossibilità di ottenere la presenza dei Gesuiti nella sua diocesi a causa del clima malarico preferì istituire per gli oristanesi aspiranti al sacerdozio il Seminario in Sassari, riservando alcune borse di studio dette piazze, per corsi e bittesi.

Questo Seminario, detto dal nome del suo fondatore Canopoleno fu affidato alla direzione della Compagnia di Gesù e col tempo divenne il seminario dei nobili.

Nella diocesi di Ales il Seminario fu inaugurato nel 1703 da Mons. Francesco Masone Nin  (1693-1717.

Nel 1760 anche la diocesi di Ampurias ebbe il suo seminario che ospitò diciotto seminaristi[52].

Iglesias fondò il suo Seminario nel 1785; Bosa nel 1826[53]; Nuoro nel 1870[54], voluto da Mons. Giovanni Maria Bua, che ospitò per regolamento un alunno di ogni parrocchia della diocesi; Ozieri e Tortolì <<non accoglieranno solo aspiranti preti, ma anche giovani di buona famiglia mandati in questi pii istituti per ricevere una migliore educazione morale e letteraria>>[55]

2.2 I PROGRAMMI SCOLASTICI

Nel 1606 il Concilio Provinciale di Sassari (art. 7) prescriveva ai Vescovi visite trimestrali ai Seminari affinché potessero valutare i pii istituti sotto tutti gli aspetti, dal comportamento dei maestri ai progressi culturali – religiosi dei giovani[56].

Nonostante le norme Conciliari avessero dato vita ai Seminari, molte diocesi continuavano ad esserne sprovviste e, i vescovi si limitavano ad aprire a loro spese scuole di grammatica per i futuri presbiteri o ad imporre loro la frequenza presso i collegi dei Gesuiti[57].

Intorno al 1672 – 77 il numero dei presbiteri andava sempre crescendo, a Sassari in tale periodo furono ordinati sessantanove sacerdoti.

Ma, è opportuno ricordare che i seminaristi, generalmente, non erano più di dodici o quindici a causa dell’insufficiente capienza dei Seminari, e frequentavano le scuole o presso i collegi Gesuiti o presso qualche convento che offriva <<una formazione quanto mai rudimentale e affrettata…>>[58].

Le ordinazioni, nonostante la precarietà degli istituti di formazione erano sempre numerose, nel 1716 – 18 a Sassari vi furono centoquarantasette nuove ordinazioni; ad Alghero Mons. Bertollinis e conferì quarantasette ordinazioni.

Nella prima metà del 1700 i vescovi attuarono un’importante iniziativa concernente il controllo del clero e la sua formazione anche dopo il curriculum del Seminario.

Mons. Bertollinis promosse prima ad Alghero nel 1733 e poi a Sassari nel 1745 gli Esercizi Spirituali; nel 1745 Mons. Fontana, arcivescovo di Oristano, rimise in vigore líobbligo degli interstizi canonici tra ordini minori e suddiaconato, cioE si poteva accedere al suddiaconato dopo aver trascorso sei mesi in Seminario[59].

Il conte Bogino, Ministro per gli affari della Sardegna, sempre in questi anni si fece promotore di una grande politica riformatrice interessandosi alla vita dei Seminari incrementandoli e ampliandoli e, adottando disposizioni di carattere strettamente scolastico.

I regolamenti dei seminari sardi, come del resto anche quelli della penisola affidavano ai vescovi il compito di vigilare su di essi. Erano i vescovi infatti a nominare educatori e professori, ma i primi spesso non avevano una preparazione specifica mentre i professori che dovevano essere patentati o autorizzati dall’autorità scolastica[60] venivano scelti tra i più preparati soprattutto in latino e greco.

I programmi scolastici avevano un’impronta più che teologica, prevalentemente classica.

Anche il famoso <<Decreto per la scuola>> (1750)[61] del vescovo scolopio Delbecchi privilegiava la formazione umanistica.

Il Delbechi nel curriculum scolastico del futuro sacerdote prevedeva nel corso di filosofia elementi di geometria e matematica, di teologia, oltre le questioni scolastico – dogmatiche secondo l’idea di S. Tommaso, qualche trattato di morale.

La classe di retorica comprendeva esercizi di declamazione e traduzioni dal latino delle orazioni di Cicerone e di opere di altri classici, per apprendere líarte di comporre “orazioni”.

Lo studio delle figure retoriche e la lettura e traduzione di altri classici latini comparivano anche nella scuola di “Umanità”.

Nelle due classi di grammatica era previsto lo studio approfondito della grammatica, completato da esercizi di declinazione e di coniugazione, e la lettura di semplici pagine di opere di autori latini. Inoltre il Decreto del Delbechi dava precise indicazioni sull’organizzazione della scuola, sulla preparazione umana e culturale dei docenti, sul rapporto docenti – alunni, sull’orario scolastico e persino sullo svolgimento dei programmi e sulla loro tripartizione per trimestri.

I docenti nellíinsegnamento e nella correzione dei ragazzi a loro affidati dovevano avere pazienza, carità, mansuetudine.

Attraverso una metodologia “facile e efficace” e evitando la trasmissione di regole astratte dovevano condurre i propri alunni allíapprendimento e alla comprensione della lingua latina.

I programmi scolastici sardi seguirono il Decreto Delbecchi per oltre un secolo.

Nel 1876 la Conferenza di Oristano, particolarmente attenta ai Seminari e agli studi ecclesiastici, propose un nuovo “Piano di studi superiori pei chierici di Sardegna”[62].

Il Piano stabilì un corso di filosofia biennale e, un corso teologico e canonico quadriennale.

Il corso di filosofia preparatorio agli studi successivi prevedeva al primo anno lo studio della logica  e metafisica; matematica, algebra e geometria; storia d’Italia (soprattutto della Sardegna); letteratura italiana, latino, liturgia; canto gregoriano e figurato. Nel secondo anno alle predette materie si aggiungevano líetica, la fisica e l’eloquenza.

Il corso teologico e canonico prevedeva per tutti i quattro anni lo studio delle seguenti materie: istituzioni dommatiche, Sacra Scrittura, Morale, Diritto Pubblico ecclesiastico; si aggiungevano inoltre alcune materie del corso di filosofia quali storia ecclesiastica, liturgia, canto ecc.

Nei primi anni del Novecento con Pio X si ebbero nei programmi scolastici alcune modifiche.

Le scuole diventarono interne, fu precluso líaccesso al chiericato esterno e i programmi adottati furono quelli statali.

Nel curriculum scolastico, oltre agli studi letterari classici acquisirono una grande importanza la lingua francese e gli esercizi di analisi logica e grammaticale.

L’adozione dei programmi ministeriali permise di risolvere il problema che si verificava ogni qual volta i seminaristi decidevano di abbandonare il Seminario: veniva loro preclusa la possibilità di proseguire gli studi perché non erano legalmente riconosciuti quelli fatti in Seminario.

Nel 1907, a Sassari, Pio X per mezzo del suo delegato apostolico intervenne al Convegno dei Vescovi disponendo la frequenza di seminaristi alle scuole pubbliche per il conseguimento della licenza ginnasiale e liceale[63].

Con i programmi governativi la scuola di ogni Seminario assunse una propria fisionomia.

A Sassari le scuole divennero interne, ma solo per le classi inferiori ed aperte anche agli alunni esterni.

Ad Ales il Seminario ha un ginnasio riconosciuto dallo Stato e frequentato anche da studenti esterni; a Cagliari, i seminaristi frequentano le medie dagli Scolopi, mentre per gli studi liceali frequentano la scuola pubblica.

 2.3 ASPETTI ECONOMICI

Vi erano problemi anche sul piano economico: i seminari, infatti, secondo le direttive conciliari davano la precedenza ai ragazzi poveri, senza tuttavia, escludere i giovani benestanti.

I vescovi per farli funzionare attingevano le proprie risorse economiche dalle rendite dei beni immobili, da donazioni e lasciti, dalle quote che gravavano sulle decime e dalle rette pagate degli alunni.

Nel 1763, papa Clemente XIII, emanò la Bolla Decet Romanum Pontificem con la quale voleva garantire ad ogni seminario le entrate di alcune parrocchie che fino a quel momento erano state destinate a prebende canonicali.

Gli introiti dei seminari negli anni successivi furono accresciuti in quanto fu loro assegnato un terzo delle eredità dei vescovi defunti e delle rendite delle sedi episcopali vacanti.

Con questi mezzi i seminari progredirono, nel 1837 il vescovo di Nuoro Mons. Bua, per esempio, definiva il suo Seminario <<il migliore della Sardegna>>, ma, non erano da meno anche il Seminario di Cagliari e di Sassari che intorno al 1830 avevano rispettivamente quarantotto e sessanta seminaristi, i quali frequentavano i corsi di teologia nelle università pubbliche17.

Con la legge 5 aprile 1852 furono abolite le decime.

 (La decima era la decima parte delle rendite, dovute alla Chiesa sotto forma di imposta. Quelle sacramentali, chiamate cosÏ perchÈ erano il contributo alle spese che la Chiesa affrontava nel suo magistero furono definitivamente abolite con la legge 14 luglio 1887.)

Nel 1866 – 67 furono aboliti anche gli altri privilegi ecclesiastici e le rendite dei seminari, già precarie, non furono più in grado di assicurarne il funzionamento19 e solo grazie alla accortezza dei vescovi molti di essi non furono chiusi.

In Sardegna, verso la fine dell’ottocento, il problema della diminuzione del clero che interessò un po’ tutte le diocesi20 fu  legato anche se in maniera indiretta ai problemi economici. Infatti per accedere al presbiterato era necessario un patrimonio sacerdotale che, in caso di malattie e impedimenti vari, avrebbe permesso ai preti una vita dignitosa.

L’arcivescovo di Cagliari, Mons. De la Cabra già nei primi anni del 1700 aveva fissato in lire sarde 1000 la costituzione del patrimonio sacerdotale.

Questa norma fu ripresa da altri vescovi (il vescovo di Oristano per esempio nel 1708 aveva portato a 1500 lire la somma necessaria) e segnò l’inizio della costituzione di patrimoni presbiteriali fittizi costituiti dall’unione dei beni dei parenti di sacerdoti che così evitavano il pagamento delle decime e le prestazioni feudali.

Mentre nel 1700 questo fenomeno non aveva ostacolato le nuove ordinazioni, nel secolo successivo invece si ebbe una forte riduzione delle stesse.

Infatti succedeva che le persone veramente interessate al ministero sacerdotale fossero di bassa estrazione sociale e quindi impossibilitati alla costituzione del patrimonio.

I benestanti d’altra parte, se non avevano la vocazione non erano più interessati a diventare sacerdoti in quanto il presbiterato non era più considerato la via più facile per una promozione sociale.

Nel 1906 Pio X emanò l’enciclica Pleni Animo che, ai seminaristi meno convinti, rese la situazione ancora più difficile.

Nell’enciclica infatti il Papa invitava i vescovi ad instaurare una più rigida disciplina, ad eliminare dal mondo ecclesiastico e quindi anche dai Seminari, qualsiasi forma di insubordinazione, impedendo tra l’altro i contatti con il mondo esterno.

Pio X insistette molto anche sui Seminari regionali: quello sardo fu inaugurato solo alla fine di settembre del 1927 a Cuglieri (OR), sotto l’episcopato di Pio XI.

IL SEMINARIO TRIDENTINO DI SASSARI COMEISTITUZIONE EDUCATIVA

3.1 IL SEMINARIO COME CENTRO FORMATIVO

Parlare di Seminario come istituzione E come entrare nel vivo del tema.

Il Seminario arcivescovile di Sassari infatti nacque come istituzione formativa per i giovani aspiranti al ministero sacerdotale23.

La vera storia  del nostro Seminario Turritano si edificÒ giorno dopo giorno su un complesso architettonico fatto di servizi importanti come la direzione, líorganizzazione della vita associata, lo studio e la disciplina.

Alla base di tutto ciÒ vi fu una certa filosofia o dottrina rifacentesi alle norme tridentine sulla formazione seminaristica.

Tale dottrina conteneva alcuni motivi dominanti quali:

la segregazione dei seminaristi dal resto dellíumanità in vista di una marcata caratterizzazione formativa;

la specializzazione nelle discipline morali e ascetico – pastorali per poter svolgere validamente la futura attività ministeriale;

líabilitazione alla missione canonica attraverso una accurata valutazione che teneva anche conto della preparazione alle funzioni ministeriali;

la diocesanità o episcopalità resa evidente nel precetto che imponeva un rigoroso rapporto tra diocesi e seminario e tra seminario e vescovo;

la pastoralità, che in seminario veniva affermata mediante esercitazioni pratiche, soprattutto nel servizio liturgico e catechistico presso le chiese cattedrali e locali24.

Eí sui binari di questa dottrina che camminarono spesso faticosamente, i molti giovani aspiranti al sacerdozio.

3.2 REGOLAMENTI E MODELLO DI UNA VITA SEMINARISTICA

Tutti i regolamenti del Seminario Turritano ebbero come base ispiratrice le regole del primo seminario romano.

Tali regole prevedevano un seminario basato sulla clausura forte, sullíorario ferreo, su un ritmo di vita dinamico e senza vuoti aperto solo a chi dava segni di vocazione.

Il Rettore era il responsabile della buona organizzazione del seminario, veniva scelto tra gli ecclesiastici ´ più morigerati, capaci e prudenti della Diocesi, affinchÈ potesse edificare, istruire, governare e guidare la famiglia nel miglior modo possibile ª. Egli, nellíesplicazione delle sue importantissime funzioni veniva aiutato da due o tre coadiutori (sei con Varesini tra i quali poi sceglieva il Vice Rettore). I coadiutori, inoltre, svolgevano la funzione di ripetitori in quanto seguivano i seminaristi nei loro studi.

Nella gestione del seminario, il Rettore, oltre che dal Vice Rettore e dai ripetitori, veniva aiutato dai prefetti scelti tra i seminaristi migliori, per quanto riguarda líapparato economico dallíEconomo.

A queste figure con il Marongio Delrio si aggiunsero quelle del Censore di disciplina e del Preside.

Con líaumento del numero degli alunni aumentÒ anche il numero dei ripetitori e dei prefetti, infatti i ripetitori da due con il Varesini passarono ad essere sei con il Varesini, lo stesso accadde per i prefetti che da due con il Simon diventarono nove sempre con il Varesini.

Per quanto concerne le competenze il Rettore presiedeva alle ripetizioni per gli studenti di teologia, i maestri e ripetitori per quelli di filosofia.

Líingresso degli alunni avveniva il 30 ottobre per Mons. Viancini e Mons. Arnosio, il 3 novembre per Mons. Varesini e il 15 ottobre per Mons. Marongio Delrio. I giovani dovevano presentarsi dallíarcivescovo e dal Rettore con attestati che dimostrassero onesti e legittimi natali, costumi integri, frequenza dei sacramenti e sufficiente patrimonio, che nel caso dei ragazzi poveri era costituito dalla piazza, una sorta di borsa di studio.

Nei primi tre mesi tutti i seminaristi dovevano eseguire una serie di esercizi spirituali per poter ottenere da Dio il perdono delle colpe passate e la sua benedizione per líanno scolastico che si apprestavano a frequentare.

In seguito tutti gli alunni erano tenuti a conoscere e a rispettare il regolamento disciplinare ivi vigente.

Tutti i regolamenti che si susseguirono nel tempo nel Seminario Turritano furono caratterizzati da una forte prescrittibilità, sia nei confronti degli alunni che dei superiori.

Tutto si basava sullíobbedienza ai superiori, sul vivere civile e sulla diligenza negli studi. Tutti dovevano svolgere con modestia i propri compiti rispettando norme e orari che si dispiegavano nel seguente modo: levata la mattina alle ore 5,30 per líArnosio e Varesini, alle 6 per il Marongio Delrio e mezzíora più tardi in primavera; incontro spirituale e santa messa in cappella, un quarto díora di studio comune e colazione; preparazione dellíoccorrente per la scuola, incontro con gli altri seminaristi e i prefetti per andare a scuola. Ritorno al seminario e pranzo alle ore 12 e tre quarti per líArnosio e Varesini, alle ore 12 invece per il Marongio Delrio, durante il quale veniva fatta ogni giorno una lettura di natura spirituale diversa.

Alla fine del pranzo era prevista una mezzíora di ricreazione durante la quale i seminaristi parlavano la lingua italiana.

Seguiva il ritiro in camera e poi lo studio comune con i ripetitori sino alle ore 8 – 8 e 15, ora di cena, finita la quale vi era mezzíora di ricreazione e un quarto díora di esame di coscienza in cappella prima di andare a dormire.

Il Rettore e i superiori lavoravano in vista di un obiettivo formativo comune che era quello di formare in tutti i seminaristi un carattere incline a tutto ciÒ che era relativo alla Chiesa con il distacco dalle cose terrene e la dedicazione del cuore al servizio di Dio.

IV

 

LE RENDITE DEL SEMINARIO

INTRODUZIONE

La realtà economica costituisce un altro importante capitolo da analizzare per poter tracciare la storia dei Seminari: da questa realtà spesso E dipeso il loro sviluppo e il loro buon andamento.

I problemi economici, la scarsità dei mezzi, infatti, non di rado, vanificarono anche le migliori intenzioni, prima fra tutte quella di mantenere in modo dignitoso i Seminari, portando talvolta alla loro chiusura.

Le risorse economiche dei Seminari derivavano dalle quote che gravavano sulle decime, dalle rendite dei beni immobili di proprietà del vescovo, da donazioni e lasciti e per ultimo dalle rette pagate dai seminaristi.

Il ministro Bogino nel 1763 si fece promotore di una grande riforma e cioE ´ della rifondazione dei seminari già esistenti e la loro erezione dove ancora non esistevano ª1.

Il Bogino riuscÏ nel suo intento anche grazie alla Bolla Decet Romanum emanata sempre nel 1763 da Clemente XIII che assicurava ad ogni seminario le rendite di alcune parrocchie prima destinate a prebende canonicali.

Negli anni successivi gli introiti dei Seminari aumentarono grazie alla destinazione a loro favore di un terzo degli spogli dei vescovi e delle rendite delle sedi episcopali vacanti.

Con questi mezzi e fondi la vita dei Seminari migliorÒ notevolmente.

Nel 1852 furono abolite le decime e le successive imposte sui beni appartenenti ai Seminari determinarono diverse difficoltà di carattere economico.

Anche il Seminario Arcivescovile di Sassari dovette fare i conti con la suddetta realtà, nel periodo 1829 – 1852 ma soprattutto nel decennio successivo si dibattÈ con diversi problemi economici che tuttavia non hanno compromesso il suo dignitoso funzionamento.

4.1 I BENI IMMOBILI

I beni immobili posseduti dal Seminario Tridentino di Sassari nel periodo che va dal 1829 al 1862 gli costituirono uníingente fonte di introiti.

La Giunta Tridentina, organo preposto allíamministrazione dei beni e rendite appartenenti al Seminario ha caparbiamente e saggiamente deliberato in merito per trarre sempre il miglior vantaggio dai suddetti beni.

Nel 1829 deliberava di cedere  al ´ plus offerente in enfiteusi, o in qualunque altro modo ª il terreno e la vigna del Sig. Raimondo Branca sita nella località nominata Tropuirde2.

Dieci anni dopo in vista di promuovere sempre più gli interessi del Seminario valutava attentamente la proposta del Sig. Castaldi – Solinas Lorenzo che richiedeva un palazzotto del pio stabilimento mediante la cessione di altri fondi3.

Da un verbale dello stesso anno risulta la cessione in enfiteusi perpetua di due tratti di terreno situati nella zona detta Abialzu al Sig. Baldassare Barca di Osilo4. Il Sig. Barca deve essere stato un buon locatario visto che a distanza di otto anni fu preferito ad altri per la cessione in affitto di un altro terreno mediante la corresponsione di cinque e mezzo rasieri di grano ogni anno5.

Il tratto di terra situato nella località nominata S. Giovaneddu e il salto posto nella regione Ferrinaggiu furono affittati nel 1841 rispettivamente alla signora Giovannica Palliacciu, Marchesa di S. Orsola per due rasieri di grano ogno anno6 e ai signori Chavvin di nazionalità francese che ´ esibivano un terzo di più oltre il consueto affitto ª7.

Nel suddetto periodo le finanze del Seminario sembrano essere buone, la Giunta analizzava infatti la possibilità di acquistare líoliveto Borgogna essendo ´ cosa ottima che il Seminario dai fondi propri potesse almeno per líavvenire procurarsi la provvista dellíoglio ª8.

Sempre nel 1841 i beni del Seminario venivano accresciuti dalla cessione di un magazzino del valore di ´ lire sarde 645 soldi 7 e danari 5 ª, offerto dalla signora Murru di Sassari per sanare un suo debito centoventisei scudi sardi. Tale credito derivava da tante ´ pensioni maturate provenienti da un censo onerato sul palazzo di sua abitazione ª9; la Giunta ovviamente deliberava ´ díindennizzare, la suddetta vedova del sovrappiù che rimarrà sulla totale sua debitura ª10.

Due anni dopo la Giunta decideva di vendere un palazzotto situato di fronte al Palazzo Civico, al Marchese di S. Saturnino, purchÈ questo fosse stato disposto a pagare la somma di centoventicinque scudi sardi11.

Nel 1846 deliberava sul salto Barambulos e Fantamazza, richiesti in affitto da diversi agricoltori. La Giunta ritenne vantaggioso affittare il primo, per la sua puntualità ed esattezza nel pagamento del fitto, al locatario attuale purchÈ questíultimo fosse stato disposto a corrispondere annualmente quarantacinque rasieri di grano anzichÈ trenta rasieri. Per il secondo, in vista di promuovere maggiormente gli interessi del Seminario si presentava la possibilità di affittarlo al sacerdote Fesina di Sorso che offriva tre rasieri di grano in più rispetto al consueto affitto, qualora líattuale locatario non fosse stato disposto ad aumentare il fitto12.

Un altro introito del Seminario proveniente da beni immobili nel 1847 era dato dalla cessione in affitto del salto Lepareddu al sig. Baingio Nadali di Sorso, il quale corrispondeva il canone di ventisette rasieri di grano13.

La Giunta amministrativa ha sempre cercato di ottenere i maggiori profitti, senza per questo ledere gli interessi dei suoi locatori; anzi potremmo dire che, per quanto possibile, sia venuta incontro alle esigenze  e richieste di questíultimi.

Nel 1849, infatti, accordava la diminuzione di fitto di un palazzo da scudi sardi ottanta a settanta per il corrente anno e settantacinque per gli anni successivi, al sacerdote Antonio Sechi, vice – parroco di S. Apollinare ´ che stante le cattive annate , non potÈ dai subaffitavoli esigere il fitto della parte  del Palazzo loro affittata ª14. Accoglieva anche la moratoria richiesta dallíebanista Pietro Luigi Sanna, per poter pagare il fitto di una casa impegnandosi di corrispondere uno scudo al mese sino al totale pagamento degli arretrati15.

Nellíanno 1851 accordava alla vedova Maria Grazia Cano una dilazione per il pagamento di due anni di fitto di un palazzotto corrispondente a ottanta scudi sardi16.

Líanno successivo soddisfava la richiesta del sacerdote Gaetano Livia di Sassari diminuendogli il fitto di un palazzo abbisognoso di molte riparazioni da quarantaquattro a quaranta scudi annui17.

Nel suddetto periodo la Giunta accolse anche altre suppliche presentate da persone in debito o inritardo nel pagamento di fitti dovuti al Seminario. Alla signora Maria Orsola Tiddia in debito di cinque pensioni censuarie di lire novanta ognuna, fu concesso di sanare il suddetto debito mediante il fitto di ottanta scudi derivato dal palazzo affittato al sig. Soro18;  il sarto Baingio Prato Bini in debito di varie pensioni censuarie potÈ fornire il raccolto della prime olive per avere il condono della spese del tribunale19; al sig. Lorenzo Scanu Patina fu diminuito il fitto da quarantadue scudi sardi annui a trentotto scudi ´ con la condizione espressa perÒ, che in tutto il prossimo Dicembre avesse per intiero pagate le pensioni censuarie arretrate ª20.

Un altro terreno posseduto dal Seminario era il salto di Monti díaccoddi aggiudicato dopo opportuna licitazione in enfiteusi perpetua nel 1849 al sig. Quirico Giganti per trentaquattro rasieri annui21. Allo stesso erano stati concessi anche due tratti di terra incorporati nel suddetto salto, ma appartenenti ad altro, per scudi sardi settanta22.

Líanno successivo vi furono della modifiche: il salto in questione anzichÈ essere ceduto in affitto fu venduto al sig. Giganti per lire nuove diciasettemiladuecentottanta da sborsare entro sei anni pagando gli interessi al cinque per cento23.

Sempre nellíanno 1850, la Giunta ritenne opportuno vendere due case basse, una al Cav. Giacomo Maria Pittalis ´ mediante il prezzo corrispondente  allíannuo fitto di scudi sardi ª24 e líaltra al Cavalier Alivesi per scudi sardi ´ cento settanta sei, reali sei, soldi tre, denari quattro corrispondente al fitto di dieci scudi annui ª25.

Líanno successivo al Cav. Pittalis fu venduta uníaltra casa con gli stessi patti e condizioni stabiliti per líaltra26.

Nel maggio del 1852 la Giunta incaricava líeconomo esterno Virdis di presentare le opportune istanze in Tribunale in relazione alla difficoltà di esigere il credito dovutogli dal muratore Dessole. Questo infatti in qualità di locatore di un palazzo il cui fitto era stato fissato in ventisei scudi annuali, intendeva restituire il palazzotto senza provvedere al dovuto pagamento di cinque anni di fitto27.

Nello stesso anno si rileva líaccoglimento della domanda del prof. Francesco Cossu che chiede líestinzione del censo di trecento scudi sardi onerato su un palazzo appartenente al Seminario28.

Nel gennaio del 1853 il Seminario potÈ riscuotere dal proprietario Gavino Cossu il credito di lire nuove settecentonovantadue mediante la cessione da parte di questo di un predio posto nella regione nominata Chighizzu29.

Nel 1854 la Giunta analizzava la possibilità di cedere in affitto alcuni palazzotti richiesti dal Cav. Carlo Pais per líannuo canone di cento scudi sardi ossia lire nuove quattrocentottanta30. Nella stessa seduta deliberÒ la cessione in affitto per lire nuove cinquecentoventotto annuali del palazzo posto di fronte alle Monache di S. Elisabetta. Tale palazzo fu successivamente affittato alla vedova Rosa Masala per centodieci scudi annui, alla stessa nel 1856, dopo uníesplicita sua richiesta, fu diminuito il fitto a cento scudi annuali31.

In questo periodo (1854) furono accolte le domande di diverse persone tendenti ad avere estinzioni di censo.

Il sig. avvocato Giuseppe Sotgiu versÒ lire nuove quattrocentottanta per una casa32; il sacerdote Antonio Ignazio Mela Figoni la somma di lire nuove milleduecento33; il sig. Luigi Usai potÈ estinguere il censo onerato su un suo oliveto; venne inoltre sottoscritto líatto legale in favore del Marchese di S. Sebastiano e del Conte di S. Pietro per il saldo di lire nuove millequattrocentoquaranta versato per líacquisto di un terreno in località Tropuirde34.

Il 19 luglio 1854 i membri della Giunta ritennero opportuno chiedere líautorizzazione pontificia per poter vendere due case situate in posizione molto infelice, quindi difficili da affittare, al Cav. Pittalis per la somma di lire nuove millequattrocentoquaranta35.

Nonostante i beni del Seminario risultassero gravati da numerose imposte, la Giunta nei successivi anni venne ugualmente incontro alle esigenze dei suoi locatori. Nel 1857 concesse al sig. Antonio Sechi il ribasso di fitto da settantacinque a settanta scudi annui e al Profess Marras il ribasso a scudi

ottanta36; diminuzione di fitto da sessanta a cinquantacinque scudi sardi anche al sig. Antonio Raimondo Masala37; accolse inoltre la domanda del sig. Giuseppe Luigi Sotgia di Sassari per poter pagare a rate la somma rimanente dovuta al Seminario dal defunto padre per líacquisto della vigna Serra di Lioni38.

Fu definito il canone annuale di un rasiere di grano che il sig. Taras avrebbe dovuto versare per una piccola estensione di terreno appartenente al Seminario e incorporata nella sua Tanca (1857)39. Questo tratto di terra fu successivamente (1862) ceduto al sig. Giuseppe Luigi Fadda visto il disinteresse del Taras di voler acquistare lo stesso40.

Nel 1858 la Giunta, avendo anche necessità di fondi per la costruzione del piccolo Seminario, accettÒ la somma di lire nuove mille versate dal Cav. Ignazio Cugia per poter estinguere il capitale valore di un salto concesso in enfiteusi alla sua famiglia41.

Il salto Perambole, situato nel territorio di Osilo e quello di Lizos, procurarono al Seminario un introito di settantacinque rasieri di grano ogni biennio (1860)42.

La Giunta comunque non sempre potÈ esigere i suoi crediti con facilità, spesso fu necessario il ricorso ai mezzi legali.

Nel 1860 dovette ricorrere ai suddetti mezzi per obbligare il Marchese di Villarios al pagamento del residuo del capitale per le terre cedutegli nel territorio di Bonorva 43.

Difficoltà anche negli anni precedenti: ricorso allíufficio del Debito Pubblico per riscossione di un credito (1840)44; mezzi legali anche per la signora Caterina Pinna Giola in relazione alla pratica della vigna di S. Barbara (1856)45; ricorso al tribunale per i comini di Ploaghe e Florinas per i pagamenti relativi a titoli arretrati (1860)46 ecc.

I verbali della Giunta amministrativa come si E potuto osservare, offrono un quadro abbastanza esauriente dei beni posseduti dal Seminario di Sassari nel periodo 1829 – 1862. Le delibere purtroppo sono un poí avare per quanto concerne i redditi derivati da questi beni, non per tutti infatti E indicato il relativo valore46.

Per il periodo intorno al 1860 al contrario E stato possibile tracciare in maniera dettagliata gli introiti (grano) derivati al Seminario dagli affiti di fondi rustici47.

4.2 LE PIAZZE

Si E già detto che il Decreto di Riforma allíunanimità dai Padri Conciliari nel 1563 ordinava la fondazione di uno specifico ´ collegio per educare e istruire un certo numero di fanciulli ª.

In questo collegio, nella scelta dei seminaristi si dava la precedenza ai ragazzi poveri, tuttavia non venivano esclusi i figli dei ricchi purchÈ fossero mantenuti a spese della famiglia e fornissero tutte le suppellettili48.

Ai ragazzi poveri si provvedeva anche  per mezzo della piazza, una sorta di borsa di studio globale istituita da sacerdoti  o da persone benestanti e sensibili.

La piazza veniva assegnata ai giovani generalmente legati alle persone che líavevano istituita da vincoli di parentela o di conterraneità.

Nellíanno 1836 veniva istituita presso il Seminario Arcivescovile di Sassari una piazza di scudi sardi millecinquecento dallíarciprete di BuddusÒ Antonio Campus a favore di uno dei suoi nipoti. Nello stesso anno la Giunta deliberava di ´ lasciare vacanti le piazze di Florinas, Ploaghe e la mezza piazza di Sorso per le somme arretrate da corrispondersi al Seminario dalle rispettive chiese di quei villaggi ª e di conferire ´ unicamente quella fondata sulle Chiese díOsilo che ha già saldato il suo debito ª al giovane Antioco Manca prossimo al sacerdozio49.

Eí opportuno ricordare che non sempre una piazza era sufficiente al sostentamento di un alunno in seminario.

Dai verbali della Giunta risulta che nel 1839 Mons. Bua Arcivescovo di Oristano presentava domanda per erigere una piazza a favore di un giovane della sua diocesi con la condizione che lo stesso potesse seguire stando in Seminario il Corso di Leggi.

Líaccettazione della suddetta istanza fu subordinata  al versamento della somma di milleottocento scudi sardi e al pagamento da parte del candidato del Ripetitore50.

Furono diverse le persone sensibili e soprattutto disponibili che lasciarono fondi per líistituzione di piazze.

Nel 1843 fu istituita una piazza dalla signora Luigia Martinaz Marchesa di Muros51; il sig. Andrea Fenu lasciÒ per tale scopo un oliveto (1848); il sig. Francesco Cossu volle la fondazione di altre due piazze52.

Il conferimento di piazza poteva attuarsi anche tramite concorso, nel 1845 ne fu pubblicato uno per la piazza ´ lasciata dal Cav. Raimondo Cugia, non chÈ di quella di Bonorva pei solo Bonorvesi ª53.

Spesso la mancanza di fondi poteva impedire il conferimento di piazze, questo accadde per la mezza piazza del villlaggio di Florinas54.

Líabolizione delle decime e le nuove imposte portarono nel 1853 ad un aumento del fondo capitale richiesto per la fondazione di una piazza che fu stabilito in scudi milleottocento55.

Nel 1861, dopo diversi solleciti, il Seminario riuscÏ ad ottenere per líistituzione della relative piazze dellíamministrazione di Bonorva  ottanta scudi sardi, da quello di Florinas cento scudi sardi e da quello di Torralba trcento lire nuove con la promessa di liquidare il rimanente debito successivamente56.

Nel marzo del 1862 la Giunta deliberÒ di accettare la somma di lire nuove seicentoventisei e sessantasette centesimi  /626íí 67íí/ relative alla vendita di un salto nel territorio della Nurra legato dal sig. Deffenu per la fondazione di una piazza. Tale somma sarebbe stata impiegata o in ´ Boni del Tesoro od in cartelle del Debito Pubblico 57 in attesa della giusta conversione per poter attribuire la piazza agli aventi diritto.

Le piazze hanno contribuito ad aiutare diversi alunni bisognosi aspiranti al sacerdozio e hanno costituito una lodevole forma di aiuto per i seminari; ancor oggi il Seminario di Sassari vive della generosità dei benefattori, spesso persone non benestanti ma molto disponibili.

4.3 ALTRI INTROITI

Uníaltra fonte di introito per il Seminario Turritano era costituita dal grano derivato dagli affitti di fondi rustici. Infatti le quantità eccedenti, non utilizzate cioE per il fabbisogno dellíIstituto, venivano vendute accrescendo in tal modo le finanze del pio stabilimento.

Nel 1845 la Giunta valutava la possibilità di venderlo al prezzo di ´ cinque scudi sardi, meno due Reali ª58. Quattro anni dopo deliberava la vendita di due terzi di grano al prezzo di sei scudi al rasiere59.

Le ristrettezze e la povertà di un tempo non permettevano certo al Seminario di cullarsi troppo sugli allori!

Intorno al 1851 si autorizzava la vendita di cinquanta rasieri di grano al miglior prezzo possibile considerato ´ il bisogno, in che trovarsi il Seminario per far fronte a non poche spese ª60.

Vendita ´ di una buona partita di grano, non minore di cento Rasieri ª anche nellíanno 1852 ´ per occorrere ai bisogni non piccoli del pio stabilimento ª61.

Nel successivo decennio 1852 – 62 E da segnalare la vendita di cinquanta rasieri di grano al prezzo di dieci scudi al rasiere62.

Anche le rette pagate dai seminaristi procurarono al Seminario uníaltra fonte di rendita. Il convitto che per tanti anni affiancÒ il Seminario, ebbe tra gli altri scopi, anche quello di contribuire, con le sue entrate, alle forti spese che i seminario doveva sostenere63

Intorno al 1836 la pensione alimentaria stabilita per gli alunni diocesani era di settantadue scudi annui64.

Il Seminario certamente non cercÒ di speculare dai suoi seminaristi, nello stabilire le regole da seguire nella riscossione delle pensioni, determinÒ ´ che i medesimi (allievi) entreranno nel Seminario nella prima quindicina pagheranno tutto il mese, se nella seconda gli ultimi quindici giorni ª65.

Fu comunque anche molto preciso nella riscossione delle rette, nel 1849 sollecitava i parenti degli alunni a provvedere al pagamento delle pensioni annuali scadute deliberando ´ che non corrispondendo il tanto ancora dovuto, non sarebbero al riaprirsi delle scuole stati accettati i loro figli nel Seminario ª66.

Tale decisione quasi intimidatoria probabilmente fu dettata da particolari bisogni economici come risulta dal relativo verbale: ´ consideratosi che le finanze dello stabilimento, attese le critiche scorse annate, erano assai ristrette, si pigliÒ la determinazione… ª67.

Avvisi e solleciti tramite lettera, ai genitori degli alunni in ritardo nella corresponsione delle rette anche nel maggio 1852: ´ conosciutasi ad un tempo dalla Giunta le strttezze, in cui versava, si ordinÒ… che se nel termine di giorni quindici non avessero pagato a saldo quanto ancora dovevano, sarebbero stati immantinenti chiamati in giudizio, onde esservi obbligati in via ordinaria ª68.

La Giunta in vista di promuovere sempre di più gli interessi del Seminario stabilÏ anche una cauzione di sei scudi sardi che tutti gli alunni avrebbero dovuto versare al momento dellíingresso per eventuali danni a loro imputabili69

Le finanze del Seminario intorno al 1854 non dovevano certamente essere ottimali vista la decisione di aumentare di mezzo Reale al giono le rette degli alunni: ´ essendo in questíanno grandemente cresciuti di prezzo tutti i generi necessari alla vita, e díaltra parte rimanendo ora le finanze del Seminario gravate di vistose imposte cui furono colle recenti leggi sottoposte tutte le proprietà del medesimo, non potevasi più andare innanzi nellíamministrazione interna, e far fronte a tutte le spese, se non pensavasi dalla Giunta  a provvedere a ciÒ o con qualche aumento nella pensione od in altra guisa ª70.

Altri introiti del Seminario furono dati dalla vendita di cedole possedute nel Debito Pubblico di Cagliari71;  ´ dalla liquidazione delle cedole appartenenti alla F.M. di Monsignor Arnosio  sul Debito Pubblico, proveniente dallo spoglio di Monsignor Simon ª (1840)72; dalla riscossione del credito derivato dallo spoglio di Monsignor Murro (1840)73; dalla somma spettante dalla vacante del 1832 e di quella proveniente dalla donazione dellíarcivescovo Gianotti (1842)74.

Dai verbali della Giunta si rilevano inoltre solleciti al Rettore di Borutta creditore di lire sarde trentacinque e ai parroci debitori della tassa dovuta al Seminario secondo quanto stabilito dal Concilio di Trento (1841)75.

Nel 1859 da segnalare la riscossione di lire nuove quattrocentocinquanta annue da parte del sacerdote Antonio Tedde76.

V

 

EDILIZIA DEL SEMINARIO: SPESE STRAORDINARIE

 

 

5.1 IL SEMINARIO DI SASSARI NELLA PRIMA METÁ DELL’OTTOCENTO

Gli arcivescovi che si succedettero nella cattedra episcopale di Sassari, dopo Mons. Viancini (1762 – 1772), non aggiunsero novità alla struttura del seminario da lui ampliata. Infatti il Seminario continuÒ a marciare a ritmo sostenuto nonostante il forte aumento degli alunni in seguito alla soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 e alla laicizzazione dellíUniversità.

Ma, la crescita del numero degli alunni, provocÒ grossi disagi, molti a causa dellíimpossibilità di essere ospitati in seminario furono infatti costretti a bussare alla porta di case private, con pericoli qundi per la loro vocazione e formazione1.

Monsignor Arnosio, (1822 – 1829) analizzata la situazione capÏ che il Seminario era uno dei problemi più urgenti a cui si doveva dedicare. Per questo, ritenne indispensabile ampliare il seminario nella direzione dellíattuale Via Regina Margherita per un verso, e per líaltro prolungando la facciata che dava al Duomo.

Per realizzare il suo progetto chiese e ottenne líapprovazione del Re e del Papa Leone XII, il quale nel 1828 gli concesse ampie facoltà esecutive2.

Il programma venne realizzato in breve tempo, e il Seminario divenne provinciale a tutti gli effetti.

Il numero dei seminaristi frequentanti da quarantasette nel 1828, divenne sessanta a lavori ultimati nel 1829. CosÏ negli anni 1834 e 1840.

Dal 1829 (fine Arnosio) al 1839 (inizi episcopato Varesini) nella struttura edilizia del Seminario di Sassari non si ebbero novità di gran rilievo.

Nel 1831 ci fu lo scavo di ´ nuove cloache ª e líistituzione di una infermeria nella ´ grande camera del corridone superiore ariosa e sana, ove per líaddietro si teneva lo studio commune ª3.

Nel 1832 la Giunta approvÒ il restauro della volta della Cappella, dichiarata fatiscente dallíarchitetto Fr. Antonio Canu, e di altre camere del Seminario per una spesa complessiva di cinquemila scudi sardi4.

Nel decennio 1839 – 49 sono da segnalare: la riparazione del tetto del Seminario e del palazzo di Turritana, ´ per cui solo richiederebbesi una spesa non minore di 400 scudi ª5; i lavori per la cucina e la cisterna6; líacquisto di un ´ pezzo di terreno agricolo allo stradone, ove praticossi líapertura vicino al seminario ª7; la ricostruzione di palazzi ´ di cui se ne era ordinata la demolizione dal Consiglio degli Edili, previa visita dellíarchitetto Piretto ª8; líacquisto di tendine per i cameroni e di una ´ tavola doppia ª per lo studio per evitare ´ líinconveniente grandissimo, che apporta il dover trasportare, ed accozzar tanti tavolini allíora dello studio nei cameroni ª9.

Uníaltra spesa straordinaria sostenuta dal Seminario fu quella relativa  allíacquisto dei Classici Latini dalla libreria del Rettore di S. Caterina poichÈ ´ cosa utilissima, e quasi indispensabile, onde avervi ricorso in caso di bisogno non tanto dei prefetti, quanto dagli stessi giovani studenti ª10.

Nel giugno del 1847 inoltre la Giunta Tridentina venne incontro ai bisogni dellí ´ azienda del Regio Spedale di carità ª concedendogli un prestito di mille scudi sardi necessario per la costruzione del nuovo ospedale11.

5.2 IL “SEMINARIETTO”

Il periodo più ricco di iniziativa fu il decennio 1850 – 60 in quanto fu realizzata la costruzione del piccolo seminario, successivamente battezzato Seminarietto.

Pio IX aveva parlato della necessità dei seminari minori in diverse occasioni ma soprattutto con líenciclica Nostris et Nobiscum dellí8 dicembre 184912.

Chi si trovÒ alle prese della piccola ma importantissima istituzione a Sassari fu Mons. Vresini (1838 – 1864) che assieme al Capitolo e alla Giunta Tridentina si diede da fare per dare seguito immediato alle indicazioni pontificie.

Il progetto prese corpo nel 1852 quando la Commissione dellíospedale propose alla Direzione del Seminario líacquisto del vecchio ospedale per il prezzo di ´ Ln 4396011 colla deduzione perÒ di Ln 1464 9 che E la cifra media del valore per cui la seconda supera la prima perizia ª13.

Il locale infatti era stato periziato in due diverse occasioni, le spese del relativo strumento furono divise a metà tra le due amministrazioni.

Nel gennaio 1853 la Giunta, soddisfatta ´ per esser stata portata al desiderato termine la pratica sullíacquisto del locale del vecchio ospedale ª14, si orientÒ per affittarne una parte per ´ cominciar a trarre qualche profitto dal nuovo acquisto ª15, riservando líaltra per il piccolo seminario.

Ma, proprio quando la commissione incaricata di riferire sullíargomento (i cann. Casula, Marongio, Delrio) ebbe dato parere positivo sullíadattabilità del locale ´ per erigervi il piccolo seminario ª16, il Sindaco di Sassari chiese il fabbricato in prestito per farvi dimorare per pochi giorni la regia truppa che doveva arrivare dal continente per lo scambio della guarnigione di presidio.

Monsignor Varesini considerato ´ che per pochi giorni líamministrazione del Seminario non ne avrebbe sentito alcun svantaggio ª17 ordinÒ allíeconomo di dare le chiavi al Municipio.

Il Consiglio Civico perÒ non rispettÒ i tempi della restituzione del locale e promise di pagare il fitto. Al Seminario, tuttavia non fu corrisposta alcuna retribuzione, la truppa occupÒ il locale per ben quattro mesi ´ senza verun compenso, quantunque ripetutamente promesso dal civico Municipio, e ciÒ con grave danno…ª18. In seguito la Giunta accondiscese alla nuova richiesta del Sindaco di ricevere per qualche giorno il locale per farvi alloggiare líaltra truppa che avrebbe dovuto dare il cambio a quella ivi presente.

Ma, da ´ pochi giorni ª la truppa alloggiÒ per tutto il 1853, il che ostacolÒ il pronto restauro dellíedificio destinato a piccolo seminario.

Nel 1854, il Comune creava, di fatto, altri intralci chiedendo il locale ´ ove esisteva líantica Chiesa di S. Carlo e parte dellíospedale vecchio per le scuole ª.

La Giunta per evitare che ´ in qualunque tempo possa dire che per fatto suo non si aprono le progettate scuole ª19 esaudÏ la suddetta richiesta ponendo perÒ alcune condizioni.

Il Comune avrebbe dovuto indennizzare il Seminario per il tempo in cui il locale era stato occupato dalla truppa e pagare il fitto della nuova porzione, avrebbe altresÏ dovuto liberare il locale non appena se ne fosse trovato un altro o anche quando la Giunta líavesse ritenuto oportuno20.

I lavori del piccolo seminario furono rinviati sino al 1857.

Intanto i fratelli Corradduzza incaricati di costruire un piccolo palazzo e ´ per ora del solo muro di facciata fino al primo piano ª21 avevano portato a termine il suddetto muro ´ che parte dal palazzo del fu Avvocato Vincenzo Sechi sulla strada che da Porta Uzzeri si distende a Porta Nuova ª22.

Era stato acquistato, inoltre, per conto del seminario dai beni della Mitra, al prezzo di 563,60 lire un pezzo di giardino dellíepiscopio per la ricreazione dei seminaristi23.

Il progetto del piccolo seminario venne predisposto dallíingegnere Gavino Mella ed i lavori furono avviati nella primavera del 1858 ´ onde ogni riparazione potesse essere terminata in tempo da potersi aprire e riceversi nel venturo anno scolastico gli alunni ª24. E, trattandosi di opera che richiedeva, a giudizio della Giunta ´ molta onestà, abilità e buona fede in chi la doveva eseguire, cosÏ fu stabilito, … di concederne líesecuzione non per via díincontri pubblici, ma si per trattative private … ai fratelli Corradduzza, sentito prima ed in modo particolare sul ribasso che si sarebbe potuto domandare … ª25.

I fratelli Corradduzza ribassarono nella misura del quattro per cento e sottoscrissero il contratto26.

Nel 1859 i lavori del piccolo seminario furono portati a termine. Ad opera compiuta più di trenta alunni convittori presero possesso dei locali27. In tutto si spesero 30.000 lire piemontesi, cifra enorme per il tempo.

Mons. Varesini, in segno di gratitudine, dispose che allíingresso del seminario venisse collocata una statua della Immacolata Concezione di Maria, da lui stesso acquistata e benedetta il 22 giugno nella sua cappella privata alla presenza di superiori e chierici28.

La notizia sellíinaugurazione del piccolo seminario venne comunicata al Papa subito dopo nel 1859.

Aperto ufficialmente ai primi di novembre del 1859, il nuovo istituto risultÒ unito allíantico non solo in senso materiale ´ per via di comunicazione interna ª, ma anche in senso formativo in quanto entrambi risultavano complementari nel progetto riguardante líeducazione dei giovani aspiranti al ministero sacerdotale.

5.3 ALTRE SPESE

Nel biennio 1850/51 il Seminario di Sassari ´ nellíintento di promuovere sempre più gli interessi del medesimo ª29 deliberÒ líacquisto di due case per una spesa complessiva di 380 scudi sardi30.

Su suggerimento di Mons. Varesini inoltre furono effettuati dei alvori per adattare il refettorio antico a locale di ricreazione per gli alunni delle classi superiori31.

Nel 1852 la Giunta decise di eseguire delle riparazioni al palazzo affittato al Sig. Gaetano Livia32; due anni dopo deliberÒ la ricostruzione ´ dalle fondamenta del palazzo in rovina situato nella contrada detta Campu Furru ª33.

Altre riparazioni di palazzi appartenenti al Seminario furono attuate anche negli anni 1854 – 56.

Nellíentusiasmo generale conseguente allíacquisto del locale del vecchio ospedale e alla successiva realizzazione del Seminarietto erano state tralasciate alcune questioni burocratiche.

Il Seminario infatti nel momento in cui aveva acquistato il suddetto locale con Atto 29 Dicembre 1852, aveva dimenticato di effettuare la variazione di proprietà presso líUfficio del Catasto34. Conseguentemente le relative imposte erano state pagate (1852 – 1860) dallíamministrazione dellíospedale che ora giustamente pretendeva il corrispondente rimborso di lire nuove 2279,67.

La Giunta considerando la suddetta somma ´ considerevole, e tale che allíamministrazione Tridentina riuscirebbe nel momento impossibile di corrispondere per intiero, od a grandi rate ª35 chiese di poter estinguere il suo debito mediante rate annuali da lire 250 ciascuna.

Questo fatto díaltra parte riportÒ ´ alla memoria della Giunta quella (pratica) tenuta per lungo tempo col Municipio della Città per líaffitto dello stesso locale, che fino a darsi mano ai lavori per la riduzione del medesimo a piccolo Seminario fu quasi sempre occupato dalla Truppa … ª36.

Si domandava dunque al Comune líindennizzazione per tutto il tempo in cui il locale in questione gli era stato ceduto sperando altresÏ che tutte le promesse fatte in passato potessero ´ ora a tradursi in realtà ª37.

Dopo qualche tempo la Commissione dellíOspedale comunicÒ al Seminario líimpossibilità di poter accondiscere alla modalità di pagamento da questo proposta, a causa del suo stato finanziario non troppo florido.

Seguirono altri solleciti al Comune; infine la Giunta con molto rincrescimento decise di provvedere al pagamento della somma dovuta allíospedale ´ al tempo della chiusura delle scuole, in cui sarebbero le spese diminuite e frattanto riservavasi di deputare due deísuoi Membri per trattare col Municipio intorno allíindennizzazione da questo … dovuta ª38.

ORDINARIA AMMINISTRAZIONE DEL SEMINARIO


6.1 SPESE ORDINARIE

Le delibere della Giunta per quanto concerne le spese ordinarie sostenute dal Seminario di Sasari nel periodo 1829 – 62 non sono molto esaurienti.

Ad ogni modo dai verbali E stato possibile trarre alcune conclusioni, che seppur non esaustive, offrono un quadro almeno quantitativo del personale succedutosi nel corso di trentatrÈ anni nel Seminario Turritano.

Al pagamento degli stipendi di tutto il personale debbono aggiungersi ovviamente le spese relative al soddisfacimento delle esigenze di vitto di tutta la famiglia.

Il ruolo degli arcivescovi nella direzione del Seminario E sempre stato determinante. La direzione era tuttavia affidata al Rettore – Preside dal quale ne dipendeva il buon andamento.

Dal 1829 al 1862 nel Seminario Turritano si succedettero tre Presidi: il sacerdote Felice Mura dal 1829 al 1848; il sacerdote Sebastiano Deandrea dal 1848 al 1856 e il sacerdote Giuseppe Luigi Nurra il cui rettorato durÒ per ben quarantanove anni (1856 – 1905).

Un ruolo molto importante nella vita del Seminario era esplicato dai Direttori Spirituali, i più validi responsabili della formazione interiore dei seminaristi.

La Giunta nel 1830 deliberÒ líaumento di onorario del direttore spirituale a scudi cinquanta annui poichÈ risultava ´ molto accresciuto il numero degli alunniª1.

Nel 1852 Mons. Varesini comunicava alla Giunta la nomina di due maestri e del direttore spirituale ´ sperando che líeducazione religiosa, e líistruzione degli alunni ne avrebbe sentito, e sperimentato non poco vantaggioª2.

Da un punto di vista amministrativo – edilizio, uníaltra figura presente in Seminario fu quella dellíarchitetto.

Nel 1839 ´ conosciuta la necessità che questo Seminario tiene díaver un architetto, che possa prestargli comoda opera secondo i bisogni ª veniva nominato il sig. Piretto ´  collíannuo stipendio di scudi sardi dieci ª3.

Inoltre ´ a fine di promuovere sempre più il decoro del culto divino ª nello stesso anno fu fissato in venti scudi sardi annui lo stipendio per il maestro di canto gregoriano4.

Il sig. Piretto condusse sempre il suo lavoro con serietà e precisione, infatti nel 1841 ebbe líaumento di stipendio a dodici scudi sardi5 e nel 1845 lo stesso fu portato a diciotto scudi annuali ´ per animarlo a proseguire con sempre maggiore alacrità ª6.

Nellíanno 1841, in sostituzione del defunto Lai fu nominato come Procuratore del Seminario il notaio Luigi Sisto ´ siccome giovane attivo, ed atto al disimpegno dellíincombenza che gli si affidava ª7. Nove anni dopo ebbe líaumento di stipendio di otto scudi ´ a mezzo titolo di grtificazione per i lavori straordinari da lui incontrati ª8.

Il Sisto ebbe líincarico di procuratore fino allíanno della sua morte (1855), fu subito sostituito dal sig. Antonio Perantoni che ´ godeva buona riputazione nel pubblico per siffatto ufficio ª9.

Presumibilmente intorno alla fine del 1857, in sostituzione del defunto avvocato Pittalis, fu nominato come avvocato del Seminario il sig. Antonio Cicu ´ assegnandogli líannua retribuzione od onorario di scudi sardi sedici ª10.

Altre spese del Seminario furono date dagli stipendi del personale sanitario anche se, in base a quanto detto inizialmente, non sempre E indicata la relativa retribuzione.

Nel 1841 si rileva una gratificazione di venti scudi ´ oltre líannualità corrente ª al Dottor Abozzi che ´ per líavanzata età … la Giunta ha preso la determinazione di passare alla nomina di altro soggetto per siffatto uffizio, la di cui scelta ha stimato opportuno di differire ad altra seduta ª11.

Due anni dopo la Giunta incaricava il Preside Felica Mura di ´ far sentire al medico, se avrebbe prestato la sua assistenza in Seminario per líannualità di scudi venti ª12.

Nel 1850 il chirurgo Falqui fu riconfermato come medico del Seminario poichÈ ´ aveva già con ogni soddisfazione prestato servigi al medesimo, e godeva nel pubblico non mediocre confidenza e riputazione ª13.

Il sig. Maurizio Basso fu medico del Seminario nellíanno 185414, nel 1857 il sig. Antonio Maninchedda al quale fu aumentato líonorario da lire nuove novantasei a lire centocinquanta15.

Altre figure molto importanti da un punto di vista economico furono gli economi i quali pur non influendo direttamente nella formazione dei seminaristi ricoprirono un indispensabile ruolo per la sussistenza del Seminario, specialmente in determinati difficili periodi.

Nel 1840 economo del Seminario Turritano era il sacerdote Francesco Corrias al quale venne affidata anche líamministrazione esterna (generalmente gli economi erano due: uno per líamministrazione interna e líaltro per quella esterna). Nel suo incarico era stato preceduto dai sacerdoti Sogos e Canlis che nel 1841 furono invitati a presentare i conti della loro passata amministrazione16 .

Successivamente la carica di economo fu affidata al sacerdote diocesano Gavino Luigi Agnesa che rivestÏ tale ufficio per ben diciassette anni (1842 – 1859). La Giunta al termine del suo mandato per lí avanzata età come premio ´ per i buoni e utili servizi prestati al venerando stabilimento ª gli concesse alloggio e vitto gratuito nel Seminario17.

Fu sostituito dal sacerdote Placido Sechi che svolse la carica di economo fino al 1862.

Tutti gli economi alla fine dellíanno erano tenuti a presentare, i conti della loro amministrazione che venivano opportunamente analizzati prima di poter essere riportati nel Libro delle deliberazioni.

I conti relativi allíanno 1860 tenuti dallíeconomo Placido Sechi presentarono un forte sbilancio: Monsignor Varesini ´ non potE a meno di manifestare la sua sorpresa, ed apertamente dichiarare, che non si sarebbe certo aspettato di veder figurare nei medesimi un credito tanto vistoso dellíEconomo verso del Seminario, senza averne ottenuta la richiesta autorizzazione … ª18.

In effetti esisteva una grossa differenza rispetto allíanno precedente (1859)19, tutte le spese di panizzazione, del consumo dellíolio e del vino ecc., risultavano più che raddoppiate.

La commissione incaricata di analizzare tali conti (i Cann. Marongio, Sancio, Sogos) concluse che ´ o nel 1860 il trattamento della famiglia del Seminario fosse migliore a quello degli anni precedenti nei quali se non fu lento, fu per certo in ogni verso conveniente alla natura dello stabilimento … o che (líeconomo) abbia deferito di troppo alla fedeltà dei domestici lasciando a loro disponibilità quanto che líuso quotidiano richiede ª20.

Nel primo caso dunque líeconomo avrebbe agito senza líopportuna autorizzazione da parte della Giunta alterando in tal modo il sistema da lungo tempo in vigore; nel secondo caso invece avrebbe peccato di ingenuità, gli sarebbe cioE mancata ´ quella vigile solerzia che forma tutto líeconomo ª21.

Subito dopo líeconomo Sechi fu invitato a riformare i conti in modo tale che ´ il passivo non superasse líattivo ª e fu suggerita líadozione di altre misure economiche quali22:

líacquisto del pane anzichÈ la panizzazione del grano che avrebbe permesso ´ di risparmiare la fattura e di avere altri vantaggi sulla quantità delle libbre ª, e di controllare líeconomo quotidianamente confrontando la quantità del pane col numero degli individui;

la riduzione del personale del seminario al numero strettamente necessario per líistruzione degli alunni;

la negazione di piazze agli alunni i cui paesi non avessero pagato i redditi relativi;

la riduzione del ´ mantenimento della famiglia tutta dello stabilimento entro i termini di un modesto trattamento ª;

la formulazione di un bilancio presuntivo dove venissero ´ notate le spese relative a ciascuna categoria col divieto di poter senza líautorizzazione della Giunta far passaggio da una allíaltra categoria ª.

In base a tali misure approvate allíunanimità da tutti i membri della Giunta nellíagosto del 1861 vi fu una riduzione del numero dei domestici23.

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[1]M. GUASCO, La formazione del clero: i seminari, cit., p. 635.

[2]Ivi, p. 635.

[3]P. CHIOCHETTA, Dizionario storico religioso, Studium, Roma 1966, p. 65.

[4]M. GUASCO, La formazione del clero: i Seminari, cit., p. 336.

[5]Ivi, p. 637.

[6]G. P. BRIZZI, (a cura di) La “Ratio Studiorum”. Modelli culturali e pratiche educative dei Gesuiti in Italia tra Cinque e Seicento, Bulzoni, Roma 1981.

[7]P. CHIOCHETTA, Dizionario storico Religioso, Cit. p. 965.

[8]M. GUASCO, La formazione del clero: i Seminari, cit., p. 641.

[9]L. WILLAERT, La restaurazione cattolica dopo il concilio di Trento (1563-1648), in AA.VV., Storia della Chiesa, vol. XXIII, p. 103.

[10]Cfr. ivi, pp. 176-177.

[11]Cfr. A. NUCHES, Alghero, Chiesa e società nel XVI, Del Sole Alghero 1990, p. 232.

[12]BENEDISCIOLI – MARCOCCHI, Riforma Cattolica in Antologia di documenti, Roma 1963, pp. 168-171.

[13]M. GUSCO, La formazione del clero: i Seminari, cit., p. 647.

[14]Ivi, p. 648.

[15]Cfr. M. GUASCO, Seminari e clero nel ‘900, Paoline, Milano 1990.

[16]M. GUASCO, La formazione del Clero: i seminari, cit. p. 650.

[17]Ivi, p. 655.

[18]Ivi, p. 652.

[19]Ivi, p. 655.

[20]Ivi, p. 656.

[21]Ivi, p. 658.

[22]Ivi. p. 658.

[23]M. GUASCO, La formazione del clero: i seminari, cit., p. 659.

[24]Ivi, p. 660.

[25]Ivi, p. 660.

[26]Ivi, p. 663.

[27]Ivi, p. 668.

[28]Riflessioni utili ai vescovi, in Opere ascetiche si S. Alfonso Maria dé Liguori, Torino 1880, vol. III, pp. 865-867.

[29]B. PELLEGRINO (a cura di), Terra d’Otranto in età moderna, Fonti e ricerche di storia religiosa e sociale, Galatina  1984, pp. 88-107.

[30]A. GAMBASIN, Religiosa magnificenza e plebi in Sicilia nel XIX secolo, Roma 1979, p. 145. Nel 1942 il 5% circa della popolazione napoletana era rappresentata da ecclesiastici, se si comprendono anche monaci e monache; nel 1772, in Sicilia si potevano anche vedere <<tre, quattro e cinque fratelli, figli e nipoti preti e chierici tutto a fine di godere poi delle franchezze interamente le famiglie con notabili danno della religione>>.

[31]A. PLACANICA, Chiesa e società nel settecento meridionale: vecchio nuovo clero nel quadro della legislazione riformatrice, in <<Ricerche di storia sociale e religiosa>>, IV (1975) n. 7-8, pp. 121-187. Atti e decreti del Concilio diocesano di Pistoia dell’anno 1786, II Ed.,  G. PAGANI, Firenze 1788 sessione V par. V. pp. 165-166.

[32]X. TOSCANI, Il clero lombardo dell’ancien règime alla restaurazione, Bologna 1979, p. 351.

[33]Ivi, pp. 356 sgg.

[34]A. GAMBASIN, Religiosa magnificenza e plebei, cit., p. 154.

[35]M. GUASCO, La formazione del clero: i seminari, cit. p. 678.

[36]Ivi, p. 68.

[37]GAMBASIN, Religiosa magnificienza e plebi, cit., pp. 158 sgg.

[38]S. TRAMONTINI, Una Fallita <<inchiesta>> sui seminari Italiani per il primo Congresso cattolico (1874), in <<Studia Patavina>>, XVI (1969), n. 2, pp. 291-304.

La legge italiana del 20 maggio 1869 aveva abolito l’esenzione del servizio militare per chierici. Subito dopo l’approvazione della legge il Consiglio superiore della Gioventù cattolica aveva deliberato la fondazione dell’Opera per la redenzione dei chierici dalla leva militare. Sull’inchiesta sui seminari italiani.

[39]M. GUASCO, La formazione del clero: i seminari, cit., p, 683.

[40]Ivi, p. 683.

[41]M. GUASCO, La formazione del clero: i seminari, cit., p. 685,

[42]Ivi, p. 686.

[43]M. GUASCO, Fermenti nei seminari del primo ‘900, Ed. Dehoniane, Bologna.

[44]Ivi, p. 112.

[45]M. GUASCO, Seminari e clero nel ‘900, cit., p. 76.

[46]M. GUASCO, La formazione del clero: i seminari, cit., p. 699.

[47]ENCICLOPEDIA ITALIANA, vol. XXXI, cfr. p. 347.

[48]F. LODDO CANEPA, Le costituzioni sinodali, in G. TODDE, La Sardegna dal 1478 al 1793, Ed. Gallizzi, Sassari 1974, p. 355.

[49]A. NUGHES, Alghero. Chiesa e società nel XVI, cit. p. 232.

[50]G.M. RUIU, La Chiesa Turritana nel periodo Post – Tridentino 1567-1633, Fondazione Collegium Mazzotti, Sassari.

[51]A. LORIGA, (a cura di), Quattro secoli del Seminario Turritano, cit., p. 20.

[52]R. TURTAS, La Chiesa durante il periodo sabaudo, in AA.VV., Storia dei Sardi e della Sardegna, vol. IV, Jaca Book, Milano 1989, p. 146.

[53]R. TURTAS, La Chiesa durante il periodo sabaudo, cit., p. 147.

La diocesi di Bosa che non aveva problemi per la formazione dei suoi seminaristi perché frequentavano il Turritano di Sassari, ebbe il tempo e la possibilità di costruire un ampio edificio che già dalla sua apertura ospitò ben venticinque ragazzi.

[54]Ivi, cfr., p. 147.

[55]L. MANCONI, Storia della Chiesa in Sardegna. Dalle origini a oggi, cfr. Vert Sardegna, Cagliari, 1981.

[56]A. LORIGA, Quattro secoli del Seminario Turritano, cit., p. 46.

[57]R. TURTAS, Scuola e Università tra ‘500 e ‘600, Centro Interdisciplinare per la storia dell’Università di Sassari, Sassari 1986, pp., 7; 27; 65.

I Gesuiti fondarono il primo collegio a sassari nel 1959, poi a Cagliari (1564) successivamente a Iglesias e ad Alghero.

[58]A. TURTAS, La Chiesa durante il periodo sabaudo, cit., p. 122.

[59]Ivi, pp. 134-135.

[60]R. TURTAS, Le vicende della Chiesa dal 1871 al primo dopoguerra, in AA.VV., Storia dei Sardi e della Sardegna, vol. IV, Jaca Book, Milano 1989.

[61]F. COLLI VIGNARELLI, Gli scolopi in Sardegna, cfr. Gasperini, Cagliari 1982, p. 158.

[62]T. GABIZZOSU, Chiesa e società, nella sardegna centro – settentrionale, cfr. Il Torchietto, Ozieri 1986, p. 172 ssgg.

[63]R. TURTAS, Le vicende della Chiesa dal 1871 al primo dopoguerra, cfr. vol. IV, cit., p. 303.

Anche se queste tematiche sono state più ampaimente trattate dopo la ricerca di tesi della Deroma, ritengo tuttavia che la lettura dell’argomento, a livello di blog, possa  stimolare a più approfondite letture sulla formazione del clero sardo .

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