Categoria : pedagogia

Psicologia della vecchiaia di Baingia Bellu

L’invecchiamento

 Nell’invecchiamento si ha un graduale declino delle funzioni vitali. Si tratta di un processo irreversibile, ma che tuttavia verrà accelerato in presenza di malattie, incidenti, stress ecc. A riguardo esistono diverse teorie sulle cause: una delle più antiche è la teorica meccanicista che interpreta l’invecchiamento come un processo di usura dei vari sistemi e organi[1].

I biologi ritengono che la vita dell’essere umano sia legata ad una serie di meccanismi omeostatici i quali fungono da mantenimento  per gli equilibri fisiologici che verrebbero meno con l’avanzare dell’età alterando così l’omeostasi.

La teoria dell’omeostasi e dello stress afferma che un trauma emotivo possa provocare una depressione dell’attività inerente al sistema nervoso, da cui si avrebbe la produzioni di alcuni ormoni ipofisari che verrebbero secreti in risposta agli stimoli ambientali. Tutto ciò si presume possa portare ad un cedimento di diversi meccanismi di compenso cardiovascolare: la cosiddetta teoria dell’omeostasi ha il merito di spiegare l’interazione che si esplica tra l’ambiente e le varie funzioni dei sistemi fisiologici e l’invecchiamento. Non offre chiarezza sui processi biochimici che dovrebbero essere  alla base di un ridotto funzionamento degli organi e delle cellule[2].

Un’altra spiegazione dell’invecchiamento è legata ai meccanismi immunitari a causa di un errore metabolico si avrebbe un’aggressione dei vari tessuti dell’organismo, per cui la vecchiaia sarebbe conseguenza di un indebolimento dei processi e delle difese immunitarie dell’uomo[3].

Tuttavia possiamo affermare che l’invecchiamento cellulare è legato alla mancata riproduzione delle cellule: ossia al mancato rinnovo dei tessuti. L’invecchiamento cellulare dipenderebbe da un programma genetico il quale stabilirebbe la riproduzione o la morte di alcune cellule: ad esempio quelle nervose non si riprodurrebbero mai più, mentre altre cellule lo farebbero per un numero limitato di volte[4].

Questa teoria sulle differenziazioni delle cellule inserisce il processo dell’invecchiamento in termini evolutivi, ad esempio, il fatto che le cellule nervose non si rinnovino potrebbe essere un fatto di adattamento utile alla specie in quanto memoria e apprendimento risulterebbero stabili. Anche la longevità rappresenterebbe un fattore utile in termini evoluzionistici: a riguardo l’antropologa Margaret Mead  asserisce che nelle società preistoriche durante la carestia o in periodi di siccità la salvezza del gruppo poteva dipendere dalla presenza di un anziano che ricordasse dei luoghi in cui reperire  acqua e cibo.

Per quanto riguarda l’anziano che vive nei paesi cosiddetti socialmente avanzati le ricerche di geriatria sociale sembrano confermare che l’invecchiamento e la durata della vita non sono in esclusiva relazione con il reddito medio di una nazione, ma anche con l’ambiente e le aspettative sociali in cui l’individuo è inserito.

Un altro studioso ha potuto analizzare le modificazioni che avvengono nell’organismo dell’anziano e sul suo sistema nervoso. A questo riguardo ha comparato un gruppo di anziani sani e un gruppo di anziani meno sani, a distanza di tempo, scoprendo che

nell’anziano vi è in atto un certo rallentamento degli aspetti psicomotori che incidono  sulle abilità cognitive;  la presenza di malattie asintomatiche che incidono sulle condizioni fisiche; le perdite affettive e i conseguenti stress  che incidono sull’affettività. A distanza di 11 anni circa il 70% dei meno sani era deceduto, mentre nel gruppo dei più sani era deceduto meno del 40% . La ricerca ha rafforzato la tesi che i più sani erano anche i più longevi[5].

Aspetti psicologici dell’invecchiamento

 Attraverso alcuni studi, che abbracciano un arco di tempo di 20/25 anni, si è potuto constare che gli individui percepiscono la loro personalità  tendendo a descrive se stessi in modo uniforme nonostante il passare degli anni.

Altro aspetto della personalità, che pare non subisca notevoli cambiamenti nel tempo, è  quello cognitivo con una serie di elementi collegati all’intelligenza: gran parte degli schemi e dei costrutti di un individuo sono permanenti. Per quanto riguarda l’intelligenza vi sono alcuni soggetti che manifestano un decadimento deciso, altri invece mantengono inalterate  le loro facoltà cognitive.

Negli anziani in buona salute, per quanto concerne gli aspetti che hanno come base la personalità dell’individuo, non si modificano le facoltà cognitive; al contrario gli aspetti che riguardano i meccanismi biologici tenderebbero al declino, in quanto con l’avanzare dell’età si assiste ad un rallentamento dei tempi di reazione e di risposta agli stimoli[6].

Molta importanza assume a questo riguardo la qualità della vita in quanto l’anziano che s’impegna in attività fisica  rallenterebbe il declino o addirittura lo eviterebbe. Si è potuto rilevare, con dati recenti, che gli anziani risulterebbero superiori ai giovani nelle capacità di elaborare concetti per risolvere problemi sia astratti che concreti in quanto l’esperienza cresce col tempo, mentre diminuisce la rapidità con cui vengono utilizzate le informazioni.

Durante l’invecchiamento i ricordi del passato vengono conservati saldamente, mentre si attenua la capacità di consolidare e ricordare i  fatti più  recenti[7].

La personalità dalla maturità alla vecchia

 Secondo alcuni psicologi che studiano la personalità  nei diversi stadi della vita vi sarebbero due diverse forme di tendenze una nella giovinezza e inizio maturità, l’altra dalla tarda maturità e vecchiaia. La prima tendenza è detta centrifuga, in quanto induce l’individuo a proiettarsi di più verso la rete parentale, parentelare, amicale, lavorativa, in una parola, sociale. La  seconda tendenza, è detta centripeta, in quanto l’individuo sposta le sue attenzioni dal mondo sociale a quello personale, perché aumenta la consapevolezza che la vita volge al termine[8].

 Teoria del disimpegno

 Degli studiosi proposero a riguardo la teoria del disimpegno, che afferma che l’anziano col passare degli anni tenderebbe  a rinunciare ad una serie di aspirazioni ed eventuali traguardi che negli anni giovanili rappresentavano degli obiettivi irrinunciabili.

Pensionamento e vedovanza sarebbero vissuti dagli anziani come un invito al disimpegno, permesso dalla società, che li induce inevitabilmente ad una perdita dei ruoli sociali[9].

 Teoria dell’impegno

 A questa teoria si oppone quella di un altro studioso il quale sostiene che l’anziano fino a quando riesce a rimanere attivo il suo morale rimane alto nonostante la riduzione dei ruoli sociali.

Un invecchiamento sereno comporta che i ruoli, che inevitabilmente con l’avanzare dell’età si perdono, vengano sostituiti con altri nuovi[10].

Tra disimpegno e impegno

 Entrambe le teorie  si concentrano sull’operatività e sulla produttività dell’individuo. Tra le teorie summenzionate ve ne sarebbe una terza che sostiene che sia le disposizioni all’impegno sia quelle al  disimpegno, quindi vita attiva e vita contemplativa, coesisterebbero sempre nell’individuo e possono prevalere l’una sull’altra a seconda dei soggetti e del contesto storico-sociale in cui essi sono inseriti[11].

 Patologie senili

 Con il pensionamento si assiste ad un’incidenza maggiore dei ricoveri in comunità per anziani autosufficienti o affetti da una varietà di psicopatologie senili. Questi menomi appaiono legati sia a fattori d’ordine individuale sia a fattori sociali: non è facile stabilire quale di questi fattori sia di maggior intendenza nel provocare dei comportamenti atipici, tuttavia l’alta incidenza di disadattamenti conseguenti al pensionamento indurrebbero a ritenere che i cambiamenti inerenti al ruolo sociale inciderebbero in maniera preponderante. La solitudine e l’emarginazione sono senza dubbio concause di ricovero in strutture che dovrebbero essere predisposte in modo tale che l’anziano sano o ammalato ritrovi in un certo senso il suo habitat.

Attualmente (2009) i geropsichiatri tendono a favorire il fatto che l’anziano  rimanga nel suo ambiente d’origine per consentirgli di conservare i suoi legami con l’ambiente familiare e sociale di appartenenza[12].

Si è inoltre appurato che il processo dell’invecchiamento non  sarebbe connesso rigidamente alla presenza di malattie, ma ad una serie di fattori di carattere fisiologico.

Gli studiosi di scienze umane oggi ritengono che l’anziano non debba essere ricoverato in case – famiglia, né tanto meno in case di cura, ma se bisognoso di assistenza lo si debba assistere nell’ambito del proprio contesto familiare e sociale. Del resto l’istituzione in ogni villaggio di strutture di accoglienza aperte alla vita sociale e soprattutto la numerosa presenza nelle famiglie di collaboratrici familiari straniere che assistono  i non autosufficienti in tutto il mondo occidentale è una realtà incontrovertibile[13].

[1] R.   CANESTRARI, A. GODINO, La psicologia scientifica, cit.  p. 625.

[2] Ivi, p. 626

[3] Ivi, p. 626.

[4] M. R. BARONI, I processi psicologici dell’invecchiamento, Carocci,  Roma 2003, p. 202.

[5] Ivi, p. 628.

[6] C. LAICARDI, L. PEZZUTI, Psicologia dell’invecchiamento e della longevità, Il Mulino, Bologna 2000, p. 145.

[7] M. CESA-BIANCHI, Psicologia dell’invecchiamento. Caratteristiche e problemi,Carocci, Roma 1987 p. 220.

[8] Ivi, p. 225.

[9] Ivi, p. 631

[10] Ivi, p. 632

[11] G. AMORETTI, M. T. RATTI, Psicologia e terza età. Prospettive psicologiche sul tema dell’invecchiamento, Carocci, Roma 1994

[12] Ivi , p. 634.

[13] Carta rivendicativa dei diritti degli anziani cronici non autosufficienti, in “Prospettive assistenziali” 93, (1991).

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