Categoria : narrativa

Luiseddu e la scuola di Luigi Ladu

Luigi Ladu, Pitzinnos Minores, Roma 2011, pp. 144.

 

Erano tempi sicuramente difficili, per il ceto sociale di appartenenza del piccolo Luiseddu, di scuola materna, non solo, non si parlava, ma con molta probabilità, non vi era nessun riferimento circa la sua esistenza. Appunto per questo, il primo approccio diretto con le istituzioni e le sue attività culturali, sociali e di aggregazione, era sicuramente la prima classe della “Scuola Elementare”.

Per quel birbante di fanciullo, quel fatidico giorno, si avvicinava in modo più che veloce, mentre le giornate sembrava corressero celermente. Così con l’emozione, anche la paura, che a dir poco, erano seriamente intense e angoscianti.

Malgrado questo stato d’animo, l’incontro con una più ampia e vasta mole di coetanei, stuzzicava, nel fanciullo, una vigorosa fantasia con mille interrogativi, che purtroppo e inesorabilmente restavano senza una giusta risposta.

Il ragazzo intravedeva con la mente, i numerosi e legittimi pregi che, indubbiamente, comportava l’andare a scuola, con chissà, quali e quante nuove competenze che avrebbe abilmente potuto acquisire, ma…. nello stesso momento, meditava: “Che tipo sarà il mio maestro, forse sarà come un uomo duro e severo. Riuscirò a comprendere i suoi insegnamenti e a farmi capire facilmente?”.

Rifletteva in continuazione, sulla sua adeguatezza a quella compagine scolastica, per lui nuova forma di vita sociale, ma che, col giusto impegno, l’avrebbe potuto proiettare verso un futuro innegabilmente migliore e prosperoso, sia culturalmente, che nel mondo del lavoro.

Arrivò il giorno dell’esordio da scolaro: “Luisè fai da bravo e ascolta quanto ti dice il maestro – raccomandava premurosa tzia Frantzisca – Fizu meu , oggi ti daranno, il quaderno con la matita. Tra qualche giorno avrai anche un libro tutto per te. Cerca di apprendere più che puoi e vedrai che da te uscirà un bravo dottore”.

Come risposta, la donna si sentì un immediato “Va bene mà, state tranquilla, sarò bravo e scrupoloso nel seguire le lezioni, vedrete che presto sarete orgogliosa di vostro figlio”.

Così, dopo un forte abbraccio, si avviò da solo verso la scuola. La mamma non poteva accompagnarlo: aveva altre incombenze in famiglia, e poi vi erano i fratellini più piccoli che necessitavano della sua presenza.

Era comunque colmo di gioia, ma sicuramente, sommerso da un’indiscutibile incertezza, mentre elaborava con la sua fantasia, l’inevitabile momento dell’incontro con gli alunni e l’insegnante.

La scuola, non era tanto vicina, ma se pur lungo, quel percorso, si concluse velocemente, senza che si rendesse conto della distanza. Nella mente del fanciullo, continuavano a sussistere esclusivamente, pensieri inerenti al primo approccio, con la nuova realtà.

Giunto, nel cortile dell’istituto, vide, una marea di bambini, tanti, con straordinaria disinvoltura, pochi, muniti del grembiulino blu e colletto bianco completato da un bel nastro rosso. Questi ultimi, le sembrarono esseri giunti da un mondo diverso, sicuramente non suo.

Luiseddu faceva parte di quella componente più povera. Senza gli eleganti grembiuli, di conseguenza, bambini che apparivano poco spigliati e imbarazzati.

Altri, incuranti del solenne momento, giocavano con disinvoltura e attendevano il richiamo della campanella che avrebbe segnalato per tutti l’orario e quindi l’ingresso alla scuola.

Lo squillo forte e stridente non tardò ad arrivare, Luiseddu, insieme con gli altri, si avviò verso l’enorme portone di legno, dove, una bidella, con dura imponenza e un lungo elenco in mano, chiamava all’appello uno per uno i bambini della prima classe, invitandoli a sostare per qualche attimo accanto a lei.

Effettuato il primo ingresso degli alunni più grandi, che, avrebbero frequentato le classi superiori e, completata la visione dei nomi presenti in elenco, con la conferma delle presenze, la bidella invitava i gruppi delle prime classi, separati per sezioni e per sesso, a comporsi in fila per due, e via, li accompagnò in aula.

Vengono, fatti accomodare in modo del tutto casuale, in enormi banchi, costruiti in legno massiccio di colore scuro, ma sbiaditi dal tempo, e resi vecchi anche dalle tante impronte incise con utensili metallici, che i ragazzi, in precedenza, avevano voluto lasciare come un’indelebile propria impronta personale.

Quei banchi, in sostanza, erano costituiti da un tavolone con il piano leggermente inclinato nella parte anteriore impiegato come punto di lavoro, e nella parte superiore invece, da una lunga striscia piatta, con degli incavi per poggiare le matite o eventuali penne, e da degli incavi che contenevano tre tinteris . Questi naturalmente erano, destinati alle classi superiori, che utilizzavano penna e calamaio.

“State zitti e composti, che presto arriva il maestro – disse la bidella – Mi raccomando, come lo vedete entrare, dovete tutti alzarvi in piedi. Questo, vale come segno di rispetto per la persona che vi condurrà, verso l’apprendimento. Sarà lui, a dirvi, potrete accomodarvi”.

La donna, stava appena completando le sue raccomandazioni, si sentì lo scricchiolare della porta che si apriva leggermente. A quel punto tutti gli sguardi dei ragazzi si voltarono verso la porta con la speranza di poter vedere una faccia amichevole e simpatica.

Ed ecco, apparire un uomo, molto elegante, alto, distinto, con l’apparenza di un vero signore, con una personalità che raramente, almeno all’epoca, si era abituati a vedere.

Forse, seguendo le disposizioni avute dalla bidella, o chissà, impauriti dalla presenza autorevole dell’uomo, di colpo, in modo fulmineo, tutti gli alunni si alzarono, disponendosi in posizione d’attenti, come se fossero dei veri soldatini.

“Buon giorno ragazzi – esordì, l’insegnante – Questo è un momento importante per la vostra vita, la prima elementare è l’inizio del vostro viaggio verso il mondo della conoscenza e della cultura. Dovete avere costanza, rispetto verso il maestro e gli stessi vostri compagni di scuola, con la voglia di apprendere e saper coniugare lo studio con le vostre esigenze in modo appassionante. Se sarete disposti a seguire quanto vi sto dicendo, in me, oltre al maestro, troverete colui che vi guiderà, con piacere, verso la strada del sapere. Ora potete stare seduti, e così con l’augurio più sincero per tutti, diamo inizio alle lezioni”.

Luiseddu, si sentì rassicurato dal tono e modo coinvolgente dell’intervento. Non aveva mai sentito un discorso così notevole espresso da una persona di tanto elevata cultura.

In ogni modo, il ragionamento, se pur al momento complicato, sembrava espresso da un individuo che, sapeva accattivarsi la simpatia degli alunni, e questo, non era altro che un inizio molto positivo, che dava al ragazzo la giusta tranquillità, per affrontare la scuola con più serenità e sicurezza.

Il maestro dispose in ordine d’altezza gli alunni nei banchi, destinando i più piccoli alle prime file dei banconi (in modo che potessero vedere meglio) e così a seguire nelle linee successive gli altri, rispettando sempre la statura fisica.

Luiseddu essendo sin da piccolo “un’ispilungone ”, di conseguenza, si trovava a condividere con altri cinque l’ultima schiera, che nonostante la posizione e la distanza dalla cattedra, riusciva ad avere una buona visibilità.

L’uomo, una volta sistemati logisticamente gli scolari con le proprie posizioni nei banconi, prese dalla cattedra, una serie di quaderni a righe con delle matite che distribuì a tutti gli alunni, di seguito dei sillabari che furono suddivisi uno per banco, invitando così i bambini, alla consultazione di gruppo, questo, in modo da sollecitare la collaborazione tra compagni di banco.

Nel sillabario, erano presenti tutti i caratteri dell’alfabeto, sia in maiuscolo che in minuscolo e alcune immagini, rendendolo molto più accettabile e gradevole visivamente.

Con le lettere del sillabario allegate, occorreva comporre il nome in modo appropriato alla relativa immagine.

Per quei ragazzi, era tabù, forse per negligenza delle stesse famiglie, che non avevano dato ai piccoli un minimo di preparazione. Di conseguenza, nessuno era in grado di conoscere una sola lettera dell’alfabeto.

Il maestro, in modo autorevole, scrisse nella lavagna l’alfabeto completo, soffermandosi, lettera per lettera, per darne una giusta definizione al momento del compimento della parola presa in considerazione.

In seguito, coinvolse direttamente in modo casuale gli stessi alunni, dando inizio, o perlomeno tentando, di seguire un percorso di lettura, con parole composte e scritte nella stringa di sotto le immagini presenti nel sillabario.

Un lavoro sicuramente duro per i ragazzi, ma nello stesso momento, perfino per il maestro, che malgrado, il suo entusiasmo iniziale e la sua capacità d’insegnamento, non era soddisfatto dei risultati in quei momenti visibili, indubbiamente del tutto scarsi o inesistenti.

Le stesse immagini del sillabario in forma gigantesca e relativa descrizione, erano visibili ai lati, nelle pareti della spaziosa aula.

Gli scolari, pensavano che, gli addobbi presenti, fossero un modo per abbellire l’aula, rendendola più accogliente e consona alla scuola, invece, si accorsero quasi subito che, così non era.

“Adesso chiamerò qualcuno di voi, per constatare se riesce a leggere il nome scritto sotto di ognuna delle immagini che v’indicherò. – disse l’insegnante – Vediamo… il primo a rispondere sarà Nanneddu, poi passerò a qualche altro”.

Il ragazzo, si alzò in piedi, impaurito e tremante. Il maestro lo sollecitò: “Cerca di farcela a leggere al di sotto di questa figura. Cosa c’è scritto?”, silenzio perfetto, e conseguente imbarazzo di tutti.

Dopo qualche attimo d’attesa: “Vediamo, se cambiando soggetto, riesci, a dirmi cosa c’è scritto qui?”. Ancora uno scoraggiato silenzio e tanto disagio.

A Luiseddu, pur non sapendo leggere e abituato alla parlata in lingua sarda, in quei momenti gli brillarono gli occhi, col sorriso tra le labbra pensava: “Ma che stupido, c’è il disegno sopra, e così semplice, basta guardare la figura e cercare di imitarne il nome con una finta lettura”.

L’insegnante, pronto e attento, colse l’attimo e il sorriso di Luiseddu: “Vedo che hai un bel sorrisino, forse tu hai appreso la lezione, e sai leggere le scritte sotto le immagini appiccicate nelle pareti?”.

Luiseddu, veloce e compiaciuto ribatté: “Si signor maestro, penso proprio di si”.

Di riscontro l’insegnante: “Vediamo se, effettivamente è così”, puntò la bacchetta verso la prima scritta e, Luiseddu, considerando che sopra vi era raffigurata la bicicletta, diede inizio alla sua appassionante lettura, fingendo per tutti una certa difficoltà “bi-ci-cre-tta”.

Un beffardo punto di buonumore, si leggeva sulle guance del graffiante maestro, assecondando il ragazzo, disse: “Complimenti, se proprio bravo!”.

Lo scolaro, orgoglioso e pago dei complementi ricevuti, è convinto d’averlo in qualche modo saputo aggirare, si accomodò nuovamente al suo posto.

“Luiseddu è stato bravo – rimarcò il maestro – ora sentiamo qualche altro, vediamo di capire se, vi è un altro che ha la stessa abilità e la medesima diligenza di lui; tu Pauleddu, leggimi quanto appare su questa scritta”, con l’estremità della bacchetta, indicò ancora una volta sotto una delle tante immagini.

“Non so, signor maestro” fu la replica del bambino più che imbarazzato. Di seguito, si assistette a una corale risatina sarcastica dei compagni.

L’insegnante, come spazientito si lamentò: “Cari ragazzi, qui non ci siamo, a parte il bravo Luiseddu, gli altri, non state dando quanto è nelle vostre possibilità, per di più vi beffate dei compagni. Cercate di prendere esempio dall’unico che vi sta dimostrando, con grande abilità, tutto il suo impegno. Ritorniamo da lui, e cercate di prendere come esempio la sua attitudine verso la lettura”

Rivolto verso Luiseddu: “Dai dimmi? qui cosa riesci a leggere?”, stesso gioco, l’immagine era della trottola e di conseguenza: “do-rrro-n-za”, e così, l’orgoglio del piccolo, si replicò.

“Sei un campione, vediamo se mi leggi anche questa” Così il maestro puntò la bacchetta verso la scritta al di sotto della tartaruga e, Luiseddu con una disinvoltura straordinaria lesse: “to-sto-ghi-ne”. “Sei sorprendente, hai un intelletto fuori dal comune, bravo congratulazioni!”. Concludeva l’insegnante.

La gioia del ragazzo, non era condivisa dai compagni di classe, che iniziavano a vedere in Luiseddu, il sapientone, colui che, aveva saputo attirarsi la simpatia e l’attrazione benevola del maestro, di conseguenza, un soggetto destinato ai privilegi della classe.

L’insegnante, forse, stanco per la lezione di lettura, ritenne di doversi allontanare per qualche minuto, per questo, con un campanello, chiamò la bidella per sostituirlo e tenere così l’ordine della classe.

I bambini, leggermente afflitti, per il risultato negativo della lettura, non avevano ne voglia, ne umore, per far chiasso, e pertanto, la bidella, non ebbe difficoltà a far rispettare la giusta pacatezza in classe.

Ma ecco, un quarto d’ora dopo, quando la monotonia la stava facendo da padrona, sentirono lo scricchiolio e il riaprirsi della porta così il maestro rientrava in classe.

In sua compagnia tre belle signore, alquanto giovanili ed eleganti. Erano sue colleghe, insegnanti in classi diverse, ma dello stesso istituto.

“Bambini, cercate di fare silenzio che riprendiamo le lezioni di lettura – affermò in modo autoritario il maestro – queste signore sono delle insegnanti, sono venute per vedere personalmente quanto siete capaci nell’apprendimento”.

Di seguito, si girò verso le colleghe, e con tono impegnato e convinto dichiarò: “Care signore, i ragazzi oggi in questa classe, si sono applicati in una lezione di lettura. Purtroppo, non tutti hanno dato quanto è nelle loro possibilità, alcuni sicuramente, si sono impegnati più di altri. Tra questi, c’è il caso, di un ragazzo sorprendente, legge quanto scritto sotto i cartelloni con grande capacità e sicurezza. Se permettete, voglio farvi conoscere l’alunno e voi stesse, potete metterlo alla prova, in questo modo, vi renderete conto, di quanta inclinazione verso lo studio c’è in lui”.

Le donne, si mostrarono decisamente incredule e attonite, nel sentire il proprio collega che lodava in modo così considerevole, quell’abile e capace alunno.

Una di loro, stimolata dal modo coinvolgente del collega, sostenne: “Dai, facci conoscere il fanciullo, sono proprio curiosa di sapere se quanto affermi, è vero”.

Così, prese in mano la bacchetta e si rivolse a Luiseddu, invitandolo ad alzarsi in piedi.

Subito pronto, con uno scatto, si sollevò, incominciando a riassaporare la felicità dei complimenti, che da lì a poco avrebbe sicuramente ricevuto.

Il maestro, puntò la bacchetta verso la prima scritta, con sopra la solita e bella bicicletta, “Leggi questa parola” Luiseddu scattante ma, stentando una certa difficoltà nella lettura: “Bi-ci-cre-tta”.

“Bravo complimenti – confermò l’insegnate – hai saputo leggere correttamente anche adesso”.

Si rivolse alle signore presenti con senso di gioia e ironia: “Avete visto che capacità?”.

“Sì, – ribatté una di loro, fingendo una certa perplessità ma sentiamolo ancora, vediamo se è davvero così bravo, – leggendo tutte le scritte”.

Il maestro visibilmente soddisfatto continuò in modo beffeggiante e disse: “State pur certe che Luiseddu riuscirà a leggere tutto, perché, è in effetti, un talento naturale”.

Si concentrò nuovamente verso il fanciullo con aria paterna, e con la bacchetta in mano, indicò le nuove scritte disposte sempre col medesimo criterio: immagine sopra e scritta sotto.

“Leggi questa:” e così pronto il bambino, ma con finta perplessità, esaminò con maggiore e lunga attenzione la bella tartaruga che le veniva segnalata: “To-sto-ghi-ne”.

“Complimenti, e questa?” guidando la bacchetta sotto la bella trottola: “Do-rrro-n-za”, in quella occasione mostrò una maggiore sicurezza.

Ancora il regolare bravo, e i complimenti sempre più accorati e convincenti del galante insegnate e belle colleghe.

“Leggi ancora questa:” individuando la scritta sotto un bel mappamondo, Luiseddu con immediatezza e una stupefacente disinvoltura: “Gro-bb-o”.

Con aria ironica, “il premuroso” educatore, manifestò tutta la sua ammirazione per il ragazzo, e così, invitò le colleghe, a esprimere un proprio giudizio, per quell’alunno, per la sua determinazione e il notevole impegno nel saper leggere le scritte, con una sua non trascurabile capacità che andava oltre la norma e della solita lettura, ma con illuminazioni interpretative ben definite.

Tutte, si fecero una dolce risatina, e con un sarcastico “bravo” collettivo, salutarono il collega e abbandonarono l’aula, lasciando Luiseddu, nella convinzione che tutto era andato alla perfezione.

Il maestro, ben soddisfatto di quanto avvenuto, invitandolo a riaccomodarsi nuovamente al suo posto, si complimentò nuovamente in modo del tutto canzonante col fanciullo.

Il gioco, si ripetè ancora nei giorni a seguire in modo molto frequente, con educatrici spesso diverse, ma sempre, con le solite finali ilarità ironiche delle convenute.

Questo, finchè lo scolaro, non ebbe a capire che, non era lui a prendersi gioco del maestro, ma al contrario, e che, in modo del tutto irrispettoso e arbitrario, utilizzava il suo ruolo di docente, per trascorre alcuni momenti di goliardia e spensieratezza in compagnia delle giovani belle e seducenti colleghe.

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